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“Non temo B. in sé, ma in me”: le tante ferite inferte al Paese

16 Giugno 2023

Ei fu: a Silvio Berlusconi non dispiacerebbe sapere di venir paragonato a Napoleone, anche se non ci sono state, nella sua lunga “storia italiana”, né Sant’Elena né Waterloo (al massimo un’Elba breve). In compenso abbonda, e non da oggi, il servo encomio di cortigiani e maggiordomi, e pure di tanti che non avrebbero bisogno: quando qualcuno se ne va la tentazione della beatificazione in epitaffio è una comoda scorciatoia, ché non si “parla male” dei morti. Ma ricordare l’origine misteriosa dei soldi, la P2 di cui fu affiliato, i rapporti con la mafia, non è codardo oltraggio, non è vilipendio di cadavere, non è sciacallaggio.

E invece l’amnistia mediatica cui abbiamo assistito è irrispettosa verso un’opinione pubblica che dopotutto è fatta di cittadini e non di sudditi. In questo lungo addio a Silvio Berlusconi si è passato ogni segno: il lutto nazionale, i funerali di Stato, il Parlamento fermo per sette giorni… Nemmeno fosse morto un presidente della Repubblica in carica. Non è il caso di evocare l’onore delle armi, solo di chiedersi se lo Stato si debba inchinare di fronte a un uomo che ha più volte umiliato e violato le istituzioni. È tornata in auge la guerra con la magistratura, ma val la pena ricordare ai molti smemorati che nelle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi “c’è un invasore e un invaso”, per usare la formuletta bellica tanto in voga nei salotti televisivi. E che l’imputato Berlusconi è stato condannato per un reato contro la Pubblica amministrazione, commesso in parte anche mentre era presidente del Consiglio.

Del resto – parole dell’amico Dell’Utri, correva l’anno 1994 – era sceso in politica per difendere le sue aziende. E dal Parlamento che oggi è paralizzato in segno di rispettoso cordoglio era stato cacciato. Dove sono la disciplina e l’onore che la Costituzione impone ai cittadini a cui sono affidate le cariche pubbliche? Berlusconi è rimasto, caparbiamente, a capo del suo partito anche quando era fuori dal Parlamento, costringendo di fatto le istituzioni – il Quirinale in primis – a interloquire con lui e a riceverlo come se nulla fosse.

Negli anni in cui è stato capo del governo a favore delle sue aziende e contro le istituzioni del Paese ha fatto di tutto: dalla legge sulla depenalizzazione del falso in bilancio all’ex Cirielli che gli ha regalato nove prescrizioni (spacciate tutte per immacolate assoluzioni), dalla legge Cirami per agevolare il trasloco dei suoi processi ai lodi Schifani e Alfano per congelarli. Poi i tentativi abortiti: bavaglio alla stampa (ora, dopo Draghi&Cartabia, ci pensa Nordio), processo breve, processo lungo, prescrizione brevissima…

Diceva Gaber: “Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”. E in noi, come Paese, costretto a un lutto che non è affatto nazionale perché non è di tutti, perché larga parte dell’opinione pubblica sa e ricorda le colpe di Berlusconi e di una sinistra inerte e complice. Mai è stata fatta valere la legge del ’57 che sancisce l’ineleggibilità dei titolari di concessioni pubbliche. Anzi: gli fu assicurata la sopravvivenza delle aziende. Era il febbraio 2002 quando in aula Luciano Violante, lo ha rivendicato sul Fatto, confessò che Berlusconi sapeva “per certo che gli è stata data la garanzia piena – non adesso, nel 1994 – che non sarebbero state toccate le televisioni”.

Oggi si parla di Violante come futuro capo dello Stato… I danni inferti alle istituzioni e all’etica pubblica continueranno anche post mortem, perché nel circo Barnum che è stato il berlusconismo, la vigilanza dell’opinione pubblica è stata anestetizzata e il confine tra privato e pubblico annullato. Proprio per questo, ricordare cosa Berlusconi ha rappresentato per la Repubblica non significa mancare di rispetto né a chi se ne è andato né a chi piange un papà, un compagno o un amico.

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