La nomina del nuovo sovrintendente dell’Archivio di Stato lascia strascichi, culturali e politici, che arrivano perfino a lambire la prossima sfida per il Quirinale.

I fatti sono noti. Il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, ha nominato al vertice dell’Archivio centrale dello Stato Andrea De Pasquale, già direttore della Biblioteca nazionale centrale di Roma. Protestano le associazioni dei famigliari delle vittime delle stragi italiane, che in una lettera al presidente del Consiglio, Mario Draghi, ricordano che il sovrintendente dell’Archivio di Stato ha anche il delicatissimo compito di guidare il comitato che deve attuare la “direttiva Renzi”, quella che gestisce i documenti declassificati sulle stragi; e De Pasquale, da direttore della Biblioteca nazionale, aveva annunciato l’acquisizione del fondo Rauti con un comunicato (dai toni agiografici) stilato dalla famiglia Rauti, senza contestualizzare la figura e il ruolo di Pino Rauti: militante dei Fasci di azione rivoluzionaria e fondatore di Ordine nuovo, il gruppo fascista protagonista della strategia delle stragi, che secondo sentenze definitive è l’organizzatore dell’attentato di piazza Fontana e di quello in piazza della Loggia.

De Pasquale aveva anche partecipato alla presentazione (celebrativa) della donazione, a fianco di Isabella Rauti, figlia di Pino e senatrice di Fratelli d’Italia, impegnata a riabilitare la figura del padre.

Quali garanzie di rigore scientifico e di fedeltà alla Costituzione antifascista può dare un funzionario che elogia la figura di Rauti? Questo hanno chiesto a Draghi i presidenti delle associazioni ricevuti a Palazzo Chigi, Paolo Bolognesi (strage di Bologna), Manlio Milani (Brescia), Daria Bonfietti (Ustica), insieme a Ilaria Moroni (Archivio Flamigni).

Draghi ha loro risposto che da cittadino italiano, prima ancora che da presidente del Consiglio, desidera la verità sulle stragi. E ha compiuto un atto clamoroso: ha tolto a De Pasquale la guida del comitato sulla declassificazione, affidata invece al segretario generale della presidenza del Consiglio, assicurando inoltre che seguirà personalmente questo dossier. È un’ottima notizia, che segue quella dell’ampliamento della “direttiva Renzi” da parte di Draghi: anche Gladio e P2 sono aggiunti ai temi da cui togliere il segreto.

Restano però aperti tre problemi e, sullo sfondo, un interrogativo. Il primo problema lo ha segnalato su queste pagine Tomaso Montanari: la destituzione di De Pasquale dal coordinamento del comitato consultivo per le attività di desecretazione lascia un’anatra zoppa al vertice dell’Archivio di Stato e appanna il prestigio di quell’istituzione.

Il secondo ne è una conseguenza: la decisione di Draghi suona come una secca smentita della scelta di un suo ministro, quel Franceschini che non ha voluto ascoltare le ragioni delle associazioni, degli studiosi e dello stesso Comitato superiore dei beni culturali che criticavano quella scelta.

Il terzo problema è più strutturale. Il comitato strappato a De Pasquale sta a valle delle attività di declassificazione. Riceve e gestisce i documenti su cui, a monte, il segreto viene tolto dai direttori dei servizi di sicurezza, dei carabinieri, delle forze armate, dei ministeri eccetera. È lì, a monte, che si gioca la partita cruciale. Sapranno e vorranno, le agenzie che in passato hanno posto il segreto, rimuoverlo e fare chiarezza sui depistaggi e sulle indicibili complicità con gli stragisti che furono decisi nel fuoco della guerra fredda?

L’interrogativo finale riguarda invece i prossimi mesi. Franceschini non nasconde la speranza di essere tra coloro che, se Draghi resterà a Palazzo Chigi, saranno in lizza per il Quirinale; e con le mosse che abbiamo qui ricordato può sperare di essersi assicurato i voti di Fratelli d’Italia. La memoria del passato può essere merce di scambio per il futuro?

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