La rifondazione è (quasi) affondata. Travolta dal Garante che ai parlamentari doveva parlare di pace e invece proprio no, ha seminato guerra. Troppo per i contiani, tutti, che in serata sussurrano un superlativo come una parola d’ordine per riconoscersi nella bufera: “Malissimo”. È andata malissimo, dicono. Ed è la stessa, identica valutazione di Giuseppe Conte: l’avvocato che dovrebbe o doveva essere il nuovo capo, l’ex premier a cui il 29 febbraio scorso Beppe Grillo e tutti i maggiorenti avevano chiesto di prendersi il Movimento per salvarlo da se stesso. E che ora è a un passo dal rinunciare, dal farsi di lato e lasciare il Garante a gestirsi il suo M5S, che a occhio considera ancora come il suo giocattolo. Conte non crede ai suoi occhi, quando nel tardo pomeriggio cominciano a girargli le agenzie che riassumono il discorso di Grillo ai deputati. Ma a stupirsi non è certo solo lui. Tutti i big pensavano e speravano che il Garante avrebbe usato toni distensivi, magari limitandosi a qualche puntura di spillo.

L’obiettivo per cui avevano lavorato sotto traccia pochissimi mediatori, tra cui Luigi Di Maio. Ma anche il ministro, raccontano, rimane di sale nell’ascoltare Grillo. E quel diluvio di paletti e staffilate non può che irritare Conte. L’avvocato sa bene che il baratro è lì, a un passo. E si morde le labbra. Decide di non rilasciare dichiarazioni pubbliche. E per ore schiva le telefonate, anche dei 5Stelle a lui più vicini. “Se dovessi reagire a caldo, non ci sarebbero più le condizioni per andare avanti” confida ai suoi. “Per come ha parlato Grillo – si sfoga – il Movimento diventerebbe una diarchia”. Con due capi e due voci, l’una a marcare l’altra. Impossibile da accettare, per l’avvocato. Anche perché le premesse erano ben altre. L’avvocato lo ricorda, nel giovedì in cui il suo progetto rischia di franare. Ai pochissimi che lo sentono rammenta che in quell’hotel romano, a febbraio, Grillo insisteva per affidargli tutto, per dargli senza condizioni e remore i pieni poteri sul Movimento. E che fu proprio lui, Conte, a frenare, a predicare equilibrio: “Prima fatemi studiare le carte e valutare ogni aspetto”.

Aveva avanzato solo una richiesta: “Risolvete voi la questione con Davide Casaleggio”. Cioè la diatriba con il patron della piattaforma Rousseau, che quella domenica aveva snobbato l’invito di Grillo sulla terrazza con vista sui Fori, perché ormai aveva rotto con il Movimento. Ma a scrivere la parola fine, con una trattativa da mediatore esperto di arbitrati, ha dovuto provvedere proprio l’avvocato Conte. “In fondo se deve diventare capo è giusto così” avevano commentato grillini di vario ordine e grado alla notizia dell’accordo con il figlio di Gianroberto. Pareva equo, che fosse il rifondatore a sancire il taglio netto con la casa madre di Milano, una cesura anche simbolica. Ma adesso siamo in un altro quadro. Conte si sente delegittimato, dal Garante a cui pure in queste settimane ritiene di aver dato ampi segnali. “Lo Statuto glielo aveva mandato a inizio giugno, e su trenta cose che Grillo chiedeva ha detto sì a venti” sostiene un contiano doc. Ma non è bastato, perché forse non poteva bastare. E le parole di ieri del fondatore sono una ferita difficilissima da suturare. Ad alcuni parlamentari, mercoledì, Conte lo aveva detto così: “Io ho già tanti avversari attorno a me, ma se adesso monta pure il problema con il Garante…”. L’ex premier voleva una soluzione, ordinata. Con uno scopo primario, evitare che Grillo potesse irrompere con un video o una dichiarazione e riscrivere la rotta politica o qualsiasi altra decisione. Magari senza alcun preavviso.

Un copione ampiamente visto in questi anni. “Ma se bisogna cambiare, bisogna cambiare per davvero” ripete Conte ai suoi. In serata, l’avvocato comincia a rispondere al telefono. E parla con Grillo, a lungo. Ma la notte sembra sempre più scura. Con Conte pronto a lasciare dietro di sè il Movimento. O ciò che ne resterebbe, dopo l’alluvione di ieri.

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