Di solito nel momento del bisogno le famiglie, se sono già indebitate fino al collo, guardano a ciò che hanno in casa. E prima di rivolgersi a una banca o a uno strozzino rompono il salvadanaio o, se la possiedono, vendono la seconda auto sapendo che intanto possono contare sulla prima. Se poi hanno uno straricco zio d’America provano a bussare alla sua porta. Non solo perché i legami di sangue contano, ma anche perché quello che per una famiglia è tanto (il denaro necessario per uscire dalle difficoltà) per lui è niente o molto poco.

Oggi nessuno può dubitare sul fatto che la famiglia Italia sia nelle peste. La pandemia ci sta mettendo in ginocchio. Sta allargando le diseguaglianze tra ricchi e poveri. E pure quelle tra i garantiti (coloro i quali uno stipendio lo hanno e continuano a percepirlo) e i non garantiti: i 300mila lavoratori a termine rimasti disoccupati; i cinque milioni di lavoratori autonomi che hanno subito impressionanti cali del fatturato e poco indennizzati; i commercianti e i ristoratori solo in minima parte ristorati. Un elenco lunghissimo di categorie che sanno quanto saranno difficili i prossimi mesi. A tutti loro servono, per dirla con Matteo Salvini, “soldi veri” per passare la nottata.

Ma i soldi, si sa, sono pochi e anche se in questo periodo ottenerli in prestito è facile e pure conveniente (i tassi d’interesse sono bassissimi o addirittura negativi) fare altri debiti, avendone già tanti sulle spalle, è molto pericoloso. Per questo, invece che impegnarsi in lunari discussioni sui 37 miliardi del Mes (che convenienti o meno sempre debito sono), i nostri politici farebbero bene a guardare a ciò che abbiamo in casa. O meglio a guardare ai nostri zii d’America, ma italianissimi di passaporto, che per un paio d’anni potrebbero facilmente darci una mano.

Nel nostro Paese, secondo l’ultimo rapporto sulla ricchezza globale del Credit Suisse, esistono 2.774 cittadini con un patrimonio personale superiore ai 50 milioni di euro. In totale possiedono liquidità, beni mobili e immobili per almeno 138 miliardi. Anche se stime più realistiche parlano di una loro ricchezza complessiva almeno doppia, circa 280 miliardi, visto che molti dei 2.774 fortunati hanno patrimoni di svariate centinaia di milioni.

Secondo la rivista Forbes ci sono poi altri 40 italiani addirittura miliardari o multimiliardari. Veri e propri paperoni che in tutto detengono la bellezza di 140 miliardi. Bene, questa rubrica pensa che sia arrivato il momento di rivolgersi a loro. Un contributo del 2 per cento versato da chi possiede patrimoni superiori ai 50 milioni, ma inferiori al miliardo, potrebbe fruttare 6 miliardi. Uno del 3 per cento dato dai 40 super-ricchi permetterebbe allo Stato di incassare altri 4 miliardi.

Per questo i partiti, tutti i partiti da destra a sinistra, dovrebbero cominciare a pensare di votare assieme non solo gli scostamenti di bilancio, ma anche l’una tantum per il 2021 (seguita da quella per il 2022) con la quale raccogliere i primi 10 miliardi. Non si tratta di introdurre patrimoniali che colpiscano ciò che resta della classe media. Ma di fare ciò che è ragionevole e giusto. Dire ai nostri quasi tremila concittadini più fortunati che la patria ha bisogno di loro. Che il momento è difficile e che il sacrificio loro chiesto è molto piccolo.

La prossima settimana, in ogni caso, sul sito del Fatto partirà una raccolta firme. La crisi è per tutti ed è giusto contribuiscano tutti. A partire da quegli italiani ai quali la vita ha dato davvero molto di più.

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