Un bambino di 11 anni che si lancia da un balcone in centro a Napoli e lascia alla madre una frase di scuse alludendo al fatto di non avere più tempo e di avere davanti un “uomo incappucciato”: si indaga e si segue la pista dell’istigazione al suicidio, probabilmente tramite social network. “Mamma ti amo, non ho tempo, ho un uomo incappucciato davanti” ha scritto in un sms. Poi ha scavalcato la ringhiera e si è buttato. Parte da qui l’ipotesi circolata nelle prime ore sui giornali, ovvero che il bambino fosse finito nella rete di tal Jonathan Galindo, una sorta di Pippo terrificante che starebbe seminando il terrore nelle chat dei più piccoli sfidandoli con gare (le cosiddette “challenge”) che potrebbero condurli anche alla morte. Spaventa i genitori, attrae i piccoli come una moda. O, secondo la narrazione comune, manipolandoli e minacciandoli di morte. Ma quali sono i fatti?

Chi è. Se questo Galindo esiste, ancora nessuno lo ha visto. E per “esiste” s’intende se abbia mai davvero provocato o minacciato qualcuno. Che non ci sia nella realtà è infatti una certezza. Il terribile Pippo altro non è che il travestimento di un artista statunitense che sui social si identifica come Dusky Sam, Sammy Catnipnik o Samuel Canini. Non è la sua unica “maschera”, le realizza per lavoro e qualche settimana fa sul tema ha scritto un post per spiegare meglio le origini del personaggio: “Le foto e i video sono miei – ha detto –. Erano per il mio bizzarro piacere personale (legato pure a contenuti sessualmente espliciti messi onlinendr), non per qualche cacciatore di brivido dei giorni nostri che cerca di spaventare e bullizzare la gente. Se ricevete un messaggio da qualcuno che vuole iniziare qualche gioco, non interagiteci”. Si parte da qui, insomma, per creare quello che viene definito un perfetto creepypasta.

Il creepypasta. Il sito Queryonline.it lo spiega benissimo: “Le creepypasta sono sostanzialmente storie dell’orrore in salsa telematica, l’equivalente moderno delle storie di fantasmi raccontate intorno al fuoco. Spesso partono da immagini inquietanti per costruirci intorno un racconto, via via modificato dagli utenti per renderlo sempre più spaventoso e poi diffuso grazie al copia e incolla (il suffisso ‘pasta’ viene proprio da cut&paste)”.

È quanto accaduto in questo caso: sono nati account a nome e immagine di Jonathan Galindo, gli utenti hanno iniziato magari a nascondercisi dietro per scherzo o per intenti meno ludici. A metà strada tra un meme e un personaggio horror, immagine e nome hanno iniziato a circolare associati all’idea che ci fosse un terribile Pippo cattivo che inseguiva e molestava donne e bambini e proponeva giochi terribili, pena morte e vendetta. Fino a che un influencermessicano, con quasi due milioni di seguaci su Instagram e in fissa con le storie ‘paranormali’ non ha pensato di raccontare di essere stato inseguito, spiato e spaventato da Jonathan Galindo. E così, quello che era un fenomeno strambo laterale, dal 2017 è tornato in auge.

Di chi è la colpa?Ora, si può discutere sull’opportunità di lasciare libero accesso ai social ai bambini (così come sul tema “la società lo impone”), ma ciò che si decide di fare con l’emblema di un immaginario radicato non dipende dalla leggenda in sé né dal mezzo su cui viaggia, bensì delle persone e dai loro scopi. I media l’hanno rilanciato come un fenomeno terrificante, se n’è parlato come se fosse una piaga sociale e gli è stato dato un risalto drammatico che potrebbe aver generato eco ed emulazione (come accadeva per Blue Whale, spinto più dai media che dalla sua reale viralità). Ragazzini avrebbero potuto decidere di usare la copertura di Jonathan per spaventare i compagni, manipolarli, bullizzarli. Adulti per avvicinarli, così come – su un altro livello – esperti di marketing per impostarvi campagne pubblicitarie. Il fenomeno e la sua diffusione non sono per ora colpevoli, quelli devono ancora essere trovati, ammesso che ci siano.

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