Se la vita fosse una telefonata, a mammà, alla manicure o a chi volete voi, allora si capisce perché Franca Valeri è arrivata trionfalmente a cento anni, perché certe telefonate si vorrebbe che non finissero, e forse non finiranno mai.

Ogni dea ha il suo attributo. Quello di Franca Maria Norsa, nata a Milano il 31 luglio 1920, divenuta Valeri in omaggio a Paul Valéry – Signorina snob, beccati questa –, è la cornetta. Il telefonone di una volta – teatro puro, non multisala come i telefonini di oggi –, lo scettro casalingo a cui il divanetto dello psicoanalista faceva un baffo. Chiunque ci fosse all’altro capo del filo, rendeva più splendida la nostra solitudine. A parlare possono essere la Signorina snob o la sora Cecioni, con o senza bigodini in testa, ma dietro le maschere ci sono sempre lei e il suo inseparabile stile, il caschetto inventato da Vergottini negli anni Sessanta, gli abiti di Roberto Capucci, l’ironia scolpita già nei lineamenti, la maschera tagliente, l’occhialino lungo e stretto, il sorriso sottile come una lama, l’umorismo perenne ma selettivo, mai del tutto dichiarato. È una questione di principio. Bisogna essere all’altezza, e mai come di questi tempi cupi, ottusi e risentiti vale la pena di prendere ripetizioni dalla Franca. L’eleganza è un dono, lo stile un dovere. Se ce l’hai, non te lo puoi togliere.

Il filo del telefono comincia a srotolarsi alla soglia degli anni Cinquanta, quando teatro, cabaret, musica, letteratura e giornalismo sono camere comunicanti, quando la figlia dell’ingegner Norsa, buona borghesia milanese che pure ha dovuto vedersela con le leggi razziali, viene bocciata all’esame di ammissione dell’Accademia d’arte drammatica. L’ingegnere spera che la figlia se ne faccia una ragione, il palcoscenico non è il suo destino, “e invece fu una fortuna”, racconterà lei, “perché conobbi Vittorio Caprioli e Alberto Bonucci, con cui fondammo il Teatro dei Gobbi”.

Non solo. Siccome Caprioli e Bonucci volevano andare in scena a Parigi senza compagnia femminile, chissà poi perché, presentarono Franca a un dirigente della radio Rai. “È brava, inventa personaggi meravigliosi scritti da lei, ma è impegnatissima, richiestissima, non vi dirà mai di sì”. Il dirigente abbocca, la scrittura e la Signorina snob nasce così, in presa diretta dai salotti milanesi: “Ho detto alla mamma che quando muore deve farsi seppellire a Cortina, così i ragazzi vengono a vederla volentieri”.

Di cosa è fatto il talento? Di nulla che si possa toccare, a parte la cornetta del telefono. Presenza scenica e scrittura – la stessa scrittura brillante, lo stesso sguardo caustico sul costume delle migliori penne femminili di quegli anni: Camilla Cederna, Irene Brin, Floriana Maudente, Colette Rosselli. Lo stile è un dovere e un destino, un sesto senso che ti guida dove devi arrivare. Dopo la radio arrivano il debutto nel cinema, Luci del varietà (1954), regia a quattro mani di Alberto Lattuada e di Federico Fellini, a sua volta debuttante, poi l’approdo in televisione con i varietà di Antonello Falqui, il mago del bianco e nero (i colori sono di tutti, il bianco e nero è per pochi), mentre a teatro Giovanni Testori scrive La Maria Brasca tagliandola su misura per lei.

Insomma, c’è solo da scegliere, restando immobili. Negli anni Sessanta sarà soprattutto cinema, l’età dell’oro della commedia all’italiana affollata di signorine grandi firme, oche giulive e maggiorate, nelle forme e nel divismo. L’inalterabile Franca e le sue maschere giocano fuori casa, eppure negli oltre cinquanta film interpretati riesce a fare il controcanto anche a se stessa, un’autoparodia che raggiunge il culmine a fianco di Alberto Sordi con Il vedovo (1959), un continuo sorpasso a chi è più cinico. “Cosa fai Cretinetti, parli da solo?”. “Che cos’hai Cretinetti, ridi nel sonno?”. Il soprannome Cretinetti venne fuori per caso dalle labbra di Franca, e Dino Risi, altro eminente specialista del cinismo, non ebbe dubbi: “Teniamolo”.

Dagli anni Settanta in poi i tempi cambiano sempre più velocemente, vorticosamente, nello spettacolo e non solo. Lei si dissocia (“Non amo i cambiamenti. Sono quasi sempre funesti”), ma, a parte quelle di Vergottini, non fa una piega. Non smette di fare teatro, sperimenta regie d’opera, sua grande passione, pubblica l’autobiografia Bugiarda no, reticente e il memoir Il secolo della noia, miete premi e dichiarazioni d’amore, si fa venerata maestra ma anche icona gay, resiste a tutto, perfino a Marzullo. “Si faccia una domanda e si dia una risposta”. “D’accordo. Ci sarà ancora posto per un settimo cane in campagna?”. “E la risposta?”. “Ma certo”.

Cento anni dopo, la telefonata prosegue e la domanda rimane senza risposta, chissà chi ci sarà dall’altra parte del filo. Ma poi, è così necessario che ci sia qualcuno? Siamo soli al mondo, ma meglio non farlo notare troppo.

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