È una strana risoluzione, quella approvata ieri dal Parlamento europeo. Dice un generico “sì” al Recovery Fund e all’accordo “storico” raggiunto dai leader degli Stati dell’Unione sulla pioggia di denaro da investire per l’uscita dalla crisi del Covid. Ma dice anche un sacco di “no”. E li mette in fila con formule ed espressioni concepite per sottolineare un consistente disagio: il Parlamento “deplora”, “non accetta”, “rimpiange” i sacrifici e le forzature che sono state necessarie per raggiungere l’accordo.

Il documento – passato nell’Eurocamera con 465 sì, 150 no e 67 astenuti – si può riassumere così: il Parlamento rivendica un ruolo nel processo decisionale, non permetterà di essere considerato un “passacarte” delle decisioni prese in sede di Consiglio e minaccia di usare il suo diritto di veto sull’approvazione del Quadro finanziario pluriennale (Qfp), il bilancio a lungo termine dell’Unione.

Sono tutti propositi, per quanto bellicosi, che probabilmente resteranno sulla carta. Un tentativo della più marginale delle istituzioni europee di battere un colpo e dimostrare di esistere. Ma intanto, dopo i brindisi e gli applausi degli ultimi giorni, ieri è stata l’ora dei mugugni.

La risoluzione approvata in aula a larga maggioranza punta il dito contro i tagli applicati al bilancio europeo che “contrastano con gli obiettivi dell’Ue” e andranno a colpire i progetti su politiche ambientali (il Just transition fund passa da 30 a 10 miliardi), istruzione e ricerca (Horizon da 13,5 a 5 miliardi), sanità, transizione digitale, asilo e gestione migranti.

Il Parlamento, soprattutto, “deplora” il metodo. Quello di sempre: non comunitario, ma intergovernativo. Un compromesso tra capi di governo. “Spesso – si legge nella risoluzione approvata – l’adesione esclusiva agli interessi e alle posizioni nazionali mette a repentaglio il raggiungimento di soluzioni comuni nell’interesse generale”.

Insomma, il Parlamento approva l’accordo, ma allo stesso tempo lo demolisce. Perché è “una responsabilità per il futuro dell’Europa – come ha detto nel discorso introduttivo la presidente della Commissione Ursula von der Leyen – anche se i tagli al quadro finanziario pluriennale sono una pillola amara da mandare giù”.

Gli europarlamentari italiani come si sono mossi? In ordine sparso: Pd, Cinque Stelle e Forza Italia hanno votato a favore della risoluzione, Lega e Fratelli d’Italia si sono astenuti. Con un’ulteriore complicazione, che riflette le divisioni nazionali: Lega, FdI e M5S hanno votato insieme un emendamento anti-Mes (bocciato dalla maggioranza con 560 voti contrari), che “respinge un utilizzo del Meccanismo europeo di stabilità finalizzato a stimolare l’economia in seguito alla crisi della Covid-19”. Forza Italia invece ha votato “pro-Mes” insieme a Pd, Italia Viva e Azione. I riflessi nazionali sono sempre curiosi, osservati da Bruxelles.

A Roma intanto già si prepara la battaglia sulla gestione futura del “malloppo” Recovery.

Tre senatori del Pd (guidati dall’ex renziano Andrea Marcucci) hanno presentato una mozione per istituire “una Commissione straordinaria” per monitorare l’uso dei fondi e gli interventi adottati “costituita da 25 componenti in ragione della consistenza dei Gruppi stessi”. Una sorta di bicamerale sulla gestione del Recovery fund.

Ma pure alla Camera il presidente Cinque Stelle Roberto Fico riflette, con formula diversa, su una “commissione speciale” per la gestione dei fondi. Anche in Italia, insomma, il Parlamento vuole contare.

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“Quest’accordo è un paradosso: è storico, ma indebolisce le istituzioni comunitarie”

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