Parliamoci chiaro: durante i mesi di lockdown lo smart working ha salvato l’economia e la scuola contribuendo a salvare la salute. Nonostante la pandemia, milioni di lavoratori pubblici hanno continuato a lavorare come e più di prima benché i loro vertici, negli anni precedenti, non avessero fatto nulla per adottare gradualmente il lavoro agile. Grazie a esso, i lavoratori avrebbero risparmiato tempo, denaro e stress; le aziende avrebbero guadagnato il 15-20% in più di produttività; l’ambiente avrebbe evitato l’inquinamento del traffico.

L’altro giorno il giuslavorista Pietro Ichino ha dichiarato a Libero: “Lo smart working per i dipendenti pubblici? Nella maggior parte dei casi è stato solo una lunga vacanza retribuita al 100%”. I dipendenti pubblici sono circa 3,2 milioni. Durante il lockdown la stragrande maggioranza ha continuato a lavorare regolarmente da casa. Se, come afferma Ichino, milioni di dipendenti pubblici avessero fatto tre mesi di vacanza retribuita, l’Italia si sarebbe fermata. Ma da quale ricerca sociologica Ichino ricava che qualche milione di dipendenti pubblici, con la scusa dello smart working, se ne sta da alcuni mesi in vacanza retribuita? In un’intervista a Radio3 lo stesso Ichino ha precisato che si tratta degli addetti alla motorizzazione civile, alle cancellerie dei tribunali, al personale amministrativo delle scuole e delle università. Ma quanti sono questi addetti? E da quale ricerca si ricava che, fingendo di fare lavoro agile, essi hanno fatto vacanza?

Temo che in questo episodio si sommino i pregiudizi contro i lavoratori pubblici (per definizione tutti furbetti del cartellino), quelli contro il lavoro agile (per definizione tutto anarcoide e fannulloide) e quelli contro il ministro della PA (per definizione ideologizzato e incapace).

Da una indagine condotta il mese scorso dal FPA, il Centro studi sull’innovazione nella Pubblica Amministrazione, risulta che il 40% dei dipendenti statali rimasti a casa per il lockdown ha utilizzato ferie e riposi; il 92% di tutti gli altri ha lavorato in smart working: il 73% full-time e il resto part-time. Poiché prima del coronavirus l’87% non aveva mai fatto lavoro agile, è ovvio che il rapido passaggio dall’ufficio alla casa, per di più in segregazione forzata, non deve essere stato semplice né comodo, tanto più che il 30% ha dovuto servirsi del cellulare non avendo in casa né tablet né computer. Il 74% è riuscito a svolgere tutte le sue normali mansioni e, nel frattempo, il 55% ha seguito corsi di formazione in teledidattica su argomenti che vanno dal diritto al management e alla finanza. La maggioranza degli intervistati ha dichiarato che, con lo smart working il lavoro è stato meglio organizzato, gli obiettivi più definiti, la produttività in nessun caso peggiorata e nel 41% dei casi migliorata. È sotto gli occhi di tutti la competenza e la motivazione dimostrata dalla sanità, dalla scuola e dai servizi dell’ordine in questi mesi ma tanti altri settori, meno in vista, hanno continuato a lavorare come e più di prima. Non credo che con le aziende private sia andata meglio.

Se, dunque, il 93% dei dipendenti pubblici vorrebbe continuare in smart working almeno parziale, non è per proseguire in eterno la vacanza evocata da Ichino ma perché, con il lavoro agile, ci guadagnano tutti.

Nel 1865, agli albori dell’Unificazione, quando gli italiani erano 28 milioni e i dipendenti pubblici erano solo 3.000, Francesco De Sanctis elencò in un rapporto i difetti della Pubblica Amministrazione di quei tempi: lungaggini, resistenza ai cambiamenti, garantismo, interessi consolidati. Centocinquantacinque anni dopo, nel 1979, il ministro Francesco Saverio Giannini fece a sua volta un rapporto ed elencò le carenze della nostra burocrazia: indirizzi contrastanti, arretratezza delle tecniche e dei metodi, cattiva formazione, eccessi di controlli. Passano ancora quarant’anni e l’ex ministro Cassese, in un articolo sulla Rivista trimestrale di Diritto pubblico elenca i difetti attuali della Pubblica Amministrazione: inerzia, assenza di incentivi, scarsa formazione e motivazione, invecchiamento di uomini e strutture.

Se gli stessi difetti persistono da un secolo e mezzo, significa che solo una spallata improvvisa e poderosa può fornire, alla disperata, il rimedio estremo. Forse lo smart working rappresenta questa occasione insperata e determinante. Se la ministra Dadone prende al volo questa occasione, se libera milioni di lavoratori pubblici dal greve contesto polveroso in cui sono ammassati, se li coinvolge in una moderna organizzazione per obiettivi, rischia di passare alla storia per essere riuscita a fare quello che grandi giuristi come Giannini e Cassese, per mancanza di un’occasione così rara, non sono riusciti a fare.

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