I camici vengono parcellizzati, le mascherine non sono sufficienti per tutti. “E allora succede che i turni già pesanti di dodici ore si dilatino: fino a raggiungere le 15 ore. Perché non si può uscire dal reparto fino a quando chi deve sostituirti non è stato dotato della mascherina filtrante. La programmazione dei turni è diventata una roulette russa”. Alberto è un infermiere dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano. Lavora nel reparto di terapia intensiva Covid-19. “Un luogo – dice – che quando lo vedi ti cambia la vita. Il paziente è ostaggio del virus, l’impatto psicologico è devastante: e solo noi possiamo stargli vicino, aiutarlo”.

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Alberto si sente abbandonato. Anche qui, al Fatebenefratelli, scarseggiano molte cose. Non solo le mascherine. Ma anche i farmaci: i salvavita, i curari, i sedativi. Mancano pure i caschi per la ventilazione invasiva degli infettati. Sono monouso. Ma adesso l’ordine è: lavateli con la candeggina. Quando alla fine si esce dal reparto, c’è la vita fuori da programmare, ci sono i figli piccoli. “Solo che al personale sanitario non è stato riconosciuto il congedo parentale di 15 giorni – spiega Alberto –. C’è il bonus baby-sitter ma di fatto è come non averlo. Perché nemmeno le baby-sitter si possono spostare a causa delle forti limitazioni alla mobilità. Percepiamo 1.500-1.600 euro al mese e abbiamo una compensazione di 100 euro: uno schiaffo morale”. Alberto non si è ammalato, non come tanti suoi colleghi e medici.

Il bilancio ogni giorno lo traccia l’Iss. E i numeri aumentano: ieri risultavano contagiati 6.414 operatori sanitari, 209 in più rispetto a mercoledì. Di fronte a una emergenza che è come uno tsunami, è anche difficile rimpiazzare chi si ammala. “Perché trovare qualcuno disposto a trasferirsi e a rischiare per trenta euro all’ora, quando devi anche pagarti l’alloggio, non è facile”, osserva Alberto. C’è poi la questione degli infermieri precari, i più ricattabili. Al San Raffaele, sempre a Milano (ospedale privato convenzionato con la Regione Lombardia), li hanno mandati in prima linea. “Sono stati i primi ad essere scaraventati nelle terapie intensive allestite per controbilanciare la forte flessione del business derivante dai ricoveri programmati – denuncia Margherita Napoletano, delegata di Sgb, sindacato generale di base della Lombardia a cui fanno capo infermieri, operatori sociosanitari, tecnici e personale amministrativo –. Molti si sono già ammalati: un infermiere e un medico sono in terapia intensiva, dieci in ossigenoterapia”. Poi ci sono quelli scossi perché non riescono più ad assistere adeguatamente le persone che hanno altre patologie. Succede a Pavia, all’ospedale San Matteo, dove le autoambulanze, sovraccaricate di chiamate, non riescono più a garantire soccorsi rapidi. Lara lavora qui, nel reparto emergenze-urgenze per gli infartuati. “I ritardi – dice –, fanno sì che ci arrivino pazienti in condizioni già gravissime. Una fonte di angoscia. È terribile vedere persone che stanno tanto male alle quali non puoi offrire l’assistenza che riuscivi a fornire prima”.

C’è chi non regge. E sceglie di licenziarsi. Sono soprattutto le nuove reclute, quelle assunte con contratti a tempo determinato per fronteggiare l’emergenza. È già accaduto nelle Marche, in Toscana. “Vengono assunti e poi subito indirizzati alla rianimazione – spiega Andrea Bottega, segretario di Nursind, sindacato nazionale di categoria –. Reparti in cui viene richiesta una specialità elevata che richiede molte ore di formazione. Invece ne vengono erogate solo quattro. Giusto il tempo di addestrarli alla vestizione, a capire come devono indossare e togliere i dispositivi di protezione per non infettarsi. La realtà è così drammatica che preferiscono dimettersi”.

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