Il 10 marzo abbiamo pubblicato la denuncia di un lavoratore di un call center della Tim di Roma che ci avvisava della situazione in cui era costretto a lavorare durante l’emergenza coronavirus: in centinaia dentro un open space, condividendo gli stessi microfoni e le stesse cuffie, senza mascherine ma con la possibilità, offerta da Youtility center, la compagnia del cui servizio si avvale Tim, di pulirsi da soli la postazione con una specie di Vetril.

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Purtroppo ieri notte un lavoratore di quello stabile di via Faustiniana, Emanuele, è morto a 34 anni dopo essere risultato positivo a Covid-19. La Asl al momento non ha convocato le persone che hanno lavorato con lui e che tuttora continuano a lavorare. Dall’11 marzo, giorno del decreto “io resto a casa”, l’azienda aveva lasciato ai “collaboratori” la scelta se lavorare da casa, a patto che disponessero di una connessione veloce, ovviamente a proprie spese; gli altri hanno continuato ad andare in ufficio. Il decreto con cui sabato sera Conte ha chiuso le aziende e le attività non indispensabili non riguarda i call center: il funzionamento della linea telefonica è considerato essenziale; e in effetti, se uno sta male come chiama l’ambulanza se non c’è linea? Il punto è che quest’onere – supplire ai disservizi della rete – è ricaduto tutto sugli operatori, ammassati in un carnaio che può diventare un focolaio di infezione. Mentre ancora si indicava in chi fa jogging nei parchi la principale causa dell’aumento dei contagi, c’era un esercito di invisibili costretti a lavorare, a spostarsi coi mezzi pubblici, a usare i servizi igienici in promiscuità con altre persone. Insieme ai rider delle consegne a domicilio, gli operatori dei call center sono il vero sotto-proletariato rimosso della nostra società iperconnessa: contrattualizzati in modo agile, addestrati a parlare come dischi, pronti a risolvere anche quando le infrastrutture sono tali da garantire l’assoluta inutilità di qualunque segnalazione di guasto, e sostituibili. Un nuovo abito per il vecchio sfruttamento.

Il povero Emanuele, che era un ragazzo sano, è stato male ed è morto. I suoi colleghi rispondono ancora al telefono, in azienda o a casa, chiedendosi se devono isolarsi, cercando di ricordare quand’è stata l’ultima volta che l’hanno incontrato, per quanto tempo, se hanno preso il suo posto e usato il suo microfono dopo il suo turno. Quanti giovani in tutta Italia i responsabili di questi pollai, e a salire nelle gerarchie i dirigenti, i manager, i quadri, i padroni ben barricati nei loro uffici sanificati, stanno mandando al macello?

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