Nel giorno della Festa dei lavoratori c’è chi va in bici: non per una gita fuori porta, ma per portare pizze a domicilio. Un giorno come gli altri perché, nonostante la festività, non ci saranno maggiorazioni sulla paga. Nell’esercito di chi lavora il Primo maggio, i 10mila fattorini del food delivery sono una piccola quota. Cinque milioni sono in servizio: non solo medici, forze dell’ordine e autisti, che garantiscono servizi pubblici, ma anche camerieri, commessi di ipermercati e outlet aperti e pure molti tra i due milioni di collaboratori e partite Iva che – pressati dalle scadenze – magari preferiscono non fermarsi e portarsi avanti con le consegne. Il riposo negato, insomma, coinvolge anche il vasto mondo degli impieghi non convenzionali.

In sella senza diritti. Anche oggi si possono ordinare pasti da Deliveroo, Glovo e JustEat. I rider sono in strada. Sono inquadrati come lavoratori autonomi e pagati a cottimo: lo stipendio dipende dal numero di consegne. Niente aumenti però sulla retribuzione perché non viene riconosciuto lo straordinario. Fanno eccezione le aziende Mymenù/Snam e Domino’s Pizza, firmatarie della Carta di Bologna. Negli altri casi varranno le regole dei giorni normali. Nonostante le lotte, la vita dei fattorini non è cambiata e Deliverance Milano scenderà ancora in piazza. A luglio il governo ha avviato le trattative con le aziende sperando di arrivare a un accordo, chiuse a dicembre con un nulla di fatto. A gennaio, il Tribunale di Torino ha riconosciuto ai rider le tutele previste per il lavoro dipendente, come la retribuzione del contratto della logistica. Ma le piattaforme continuano ad applicare le loro condizioni. Il governo aveva promesso che nel decreto sul reddito di cittadinanza sarebbe entrata una norma per garantire protezioni ai rider, poi ha dovuto rimuoverla per “estraneità della materia”. Dopo l’ultima protesta dei fattorini, che hanno pubblicato l’elenco delle star che non lasciano mance, il ministro Luigi Di Maio ha di nuovo promesso una legge, che entrerà in quella sul salario minimo. Tra le altre novità, dovrebbe contenere la maggiorazione del 30% per i giorni festivi.

Liberi-schiavi professionisti. Nella galassia del lavoro indipendente, rientrano anche i freelance genuini. La legge sull’equo compenso è stata approvata a fine 2017, ma di fatto è ancora inefficace. Giulia, nome di fantasia, è una traduttrice a partita Iva. “Oggi c’è una lotta tra colleghi – racconta – per chi si aggiudica una traduzione al prezzo più basso, e alla fine ci perdiamo sia noi sia i clienti”. Da anni l’associazione Acta, che riunisce i freelance, insiste affinché le retribuzioni degli autonomi siano legate alla quantità e qualità della prestazione. Una battaglia molto più difficile per le figure senza ordine professionale. Con la concorrenza al ribasso in molti sfrutteranno anche il Primo maggio per lavorare.

Sotto-occupati in sala. Il giorno di festa vede all’opera anche molti addetti della ristorazione e della grande distribuzione. Settori nei quali abbonda l’uso del tempo parziale e spesso si vive il paradosso di essere in servizio il Primo maggio e a riposo forzato negli altri giorni. Le persone che in Italia lavorano poche ore ma desidererebbero un full time sono 2,6 milioni, in prevalenza donne. Tra questi ci sono i camerieri che spesso hanno part time ciclici verticali: lavorano solo alcuni giorni del mese o in alcuni periodi dell’anno che si concentrano quando l’affluenza di clienti è maggiore. Anche questa categoria sta portando avanti la sua battaglia: i sindacati del commercio Filcams Cgil, Fisascat Cisl e UilTucs vorrebbero che per i part time ciclici (100 mila in tutto, non solo addetti della ristorazione) venisse riconosciuta l’anzianità contributiva anche per le fasi di non lavoro, altrimenti la pensione sarà quasi irraggiungibile.

Serrande alzate. C’è poi la questione delle aperture domenicali di ipermercati e outlet. In attesa della riforma che, stando agli accordi nella maggioranza, dovrebbe prevedere la chiusura dei negozi nelle dodici festività nazionali, con quattro possibili deroghe, resta in vigore la liberalizzazione. La Coop ha deciso di restare chiusa, così come Esselunga, Ikea e Mediaworld. Conad – che impiega oltre 50 mila persone – dà libertà di scelta agli associati; tutti gli altri saranno aperti almeno per mezza giornata.

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