L’uomo sul filo prende tempo, per non cadere. Riflette, sopra il burrone della crisi. Perché tira aria gelida per Luigi Di Maio, sballottato da mille direzioni diverse, e vai a capire chi ascoltare e di chi fidarti. Complicato valutare se abbia ragione il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, convintosi in punta di diritto che sarebbe meglio accontentare l’alleato che si è rimangiato la parola, Matteo Salvini: e quindi dire no in Senato al processo per sequestro di persona per il ministro dell’Interno. O se sia meglio dare retta a tanti eletti del M5S, parlamentari e membri di governo, che predicano il sì “perché questi sono i nostri valori e se deroghiamo siamo morti”. Anche perché “altrimenti sarebbe come consegnarsi a Salvini”.

Eccolo, il labirinto di Di Maio, il capo politico. Nel suo lungo mercoledì, tentato dal no a giudici. Anche perché il primo, grande nodo è dentro la giunta per le autorizzazioni di Palazzo Madama, dove almeno 5 grillini su sette sono per respingere la richiesta del Tribunale dei ministri di Catania. E allora dare il via libera al processo appare più difficile. Però ci sono tanti di aspetti da considerare, compreso il fatto che il vicepremier aveva già annunciato il sì, e non è proprio un dettaglio. E allora Di Maio vuole e deve aspettare. Almeno fino a dopo l’apparizione davanti alla giunta di Salvini, contro cui ha urlato di tutto nel vertice di martedì notte a casa di Conte. Perché ora il capo dei 5Stelle non si fida più dell’altro vicepremier che fugge dal suo processo. Però il ministro dell’Interno insiste.

Si attende “da tutti i senatori” il no al processo, come ha scandito ieri pomeriggio da Montecitorio, in giubbotto da agente di Polizia. Però parlano anche i grillini che non accettano la giravolta. Come il sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia, che lo dice a Circo Massimo: “Va fatta una riflessione tecnica nella Giunta, ma se il caso andrà in aula noi voteremo assolutamente sì. Il M5S non ha mai negato il processo a un politico”. E i vertici non gradiscono. Però poi lo scrive nero su bianco sull’Huffington Post anche la capogruppo in Regione Lazio, Roberta Lombardi, una veterana: “Il M5S uscirà perdente se voterà no, perché così abdicherebbe ai suoi valori identitari”. E lo rilancia la senatrice Paola Nugnes, vicina al presidente della Camera, Roberto Fico: “Se votiamo no non escludo di lasciare il Movimento”. E c’è proprio lui, Fico, che per ora “segue la vicenda a distanza” dicono. Ma che preferisca il sì è evidente. E il primo a saperlo è Di Maio, che passa la giornata ascoltando lamentele e suggerimenti. Però dentro è pieno di rabbia.

Il rapporto con Salvini aveva retto a mille guai. Ma il dietrofront ha cambiato tutto. “Mi avevi promesso che eri disposto a farti processare, ne avevamo parlato, avevi dato la tua parola” scandisce in faccia al ministro dell’Interno martedì notte, nel vertice a tre. Il leghista ascolta, senza obiettare quasi nulla. Mentre il premier prova a ritessere la tela dell’unità: “Scriveremo una memoria per la giunta firmata da me, da Luigi e da Danilo Toninelli in cui rivendicheremo di aver condiviso con Matteo ogni scelta sulla Diciotti”. E di certo Conte non vuole che in Senato il governo rischi. “Va trovata una soluzione” dice ai suoi. E ventila il no: perché anche lui nutre molti dubbi giuridici sulla richiesta del tribunale. “E poi se votassimo a favore l’esecutivo ne uscirebbe debolissimo” teme.

Nell’attesa ieri da Milano il premier giura: “Nessuna preoccupazione sulla tenuta del governo”. E lo assicura anche Salvini: “Il governo non è rischio”. Però fuori microfono i leghisti sono chiari: “Non possiamo rischiare di vedere condannato Salvini, non abbiamo leader alternativi”. Quindi, “i 5Stelle devono convincersi a votare no, e penso che lo stiano facendo” sogghigna un deputato di peso. Altrimenti? Sorrisone: “Ognuno ne trarrà le conseguenze”.

Forse è solo un bluff, però pesa. Mentre ai piani alti del Movimento ripassano le varie opzioni. C’è chi ripropone il voto degli iscritti sul blog, ma il rischio che votino per salvare Salvini è altissimo. E per il leghista sarebbe un trofeo. La libertà di coscienza invece pare uscire di scena. “Non è nel nostro dna” spiegano. Così bisognerà scegliere tra due danni, il sì e il no. E capire quale sia quello minore. Intanto il capogruppo in Senato Stefano Patanuelli dà una rotta su Radio1: “Il M5S non può aver deciso come votare perché non ha tutti gli elementi per decidere. Ci sarà una posizione collegiale che dovrà essere decisa dai membri della giunta, insieme al capo politico”. Tradotto, nessuno potrà fuggire in avanti. Mentre fuori microfono provano a costruire un percorso anche mediatico verso il no. Partendo dal fatto che in questo caso non si voterà l’immunità per un reato da casta, ma sul limite di azione di un governo. “Ma lo dovevamo spiegare molto prima” ammettono un paio di parlamentari.

E comunque la partita è aperta e i nervi tirati. Il deputato Riccardo Ricciardi, un altro della covata di Fico, ironizza sul Salvini “capitano coraggioso come i vecchi politici”. E il presidente dell’Antimafia Nicola Morra su Twitter cita il filosofo tedesco Hans Jonas e l’etica delle intenzioni, che impone di comportarsi in un determinato modo al di là delle conseguenze. E proprio Jonas era stato menzionato da Conte nel discorso di insediamento. Ergo, la citazione non è casuale. Anzi.

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