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giovedì 24/01/2019

Consiglio di Stato, indagato il numero due “in pectore”

Sergio Santoro accusato di corruzione in atti giudiziari È tra i candidati favoriti a presidente aggiunto. La nomina prevista domani
Consiglio di Stato, indagato il numero due “in pectore”

C’è un filone dell’inchiesta sul Consiglio di Stato tenuto riservatissimo, ma che rischia di diventare un terremoto: tra gli indagati infatti c’è un pezzo da novanta di Palazzo Spada. Si tratta del presidente di Sezione Sergio Santoro, accusato dai pm romani di corruzione in atti giudiziari.

È una notizia che irrompe in un momento delicato: Santoro è tra i candidati a diventare presidente aggiunto, ossia il vice di Filippo Patroni Griffi. Domani si riunisce il plenum del Cpga, il Csm dei giudici amministrativi e il giudice sembra essere il favorito, nonostante abbia presentato ricorso contro la nomina di Patroni Griffi.

A Palazzo Spada dal 1981, Santoro è stato consigliere giuridico e Capo di Gabinetto in varie Amministrazioni dal 1983 al 2008, anche di Silvio Berlusconi, per “l’attività di monitoraggio e di trasparenza legislativa dell’azione di governo”.

Sul motivo della sua iscrizione nel registro degli indagati a Roma si tiene il massimo riserbo: nessuno, a parte i magistrati, conosce la contestazione. Tantomeno Santoro, che però ha ricevuto una proroga alle indagini qualche giorno fa.

Quello in cui è coinvolto è un nuovo capitolo della complessa indagine su una rete di avvocati in contatto con alcuni magistrati del Consiglio di Stato.

Nell’ambito di questa inchiesta, i pm hanno approfondito anche le parole di Piero Amara, in passato difensore anche dell’Eni, il quale ha fatto alcune rivelazioni, finite in verbali secretati. Da questo ed altri spunti investigativi sono partiti i diversi filoni. Oltre il consigliere Santoro, ci sono altri soggetti che nei giorni scorsi hanno ricevuto la proroga per le indagini. Tra questi c’è Filippo Paradiso: dipendente del Ministero dell’Interno, è anche vicepresidente nel Comitato esecutivo del Salone della Giustizia, che ogni anno organizza seminari e workshop su diversi temi e con ospiti importanti come la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, presente alla chiusura dell’ottava edizione dello scorso anno.

Paradiso, come riporta la proroga, è indagato per millantato credito. Anche in questo caso, è segreto il motivo dell’iscrizione.

Lo stesso vale per l’ex governatore della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo – accusato di corruzione in atti giudiziari e rivelazione di segreto d’ufficio – o dell’ex ministro, con il governo Berlusconi, Francesco Saverio Romano, indagato solo per rivelazione di segreto d’ufficio.

“Quello che dispiace – ha commentato il legale di Santoro, l’avvocato Pierluigi Mancuso – è constatare la spiacevole coincidenza tra la notifica della proroga, e la diffusione della notizia, e lo svolgimento del plenum del Consiglio di Stato, fissato per venerdì mattina e da cui sarebbe uscito Santoro presidente aggiunto”. In realtà la proroga è stata notificata a ben 31 indagati. Continua il legale Mancuso: “Il Presidente pone la massima fiducia nella magistratura. Peraltro conoscendo la serietà del pm Paolo Ielo, è sicuramente una disgraziata coincidenza temporale, ma certo rende la vicenda doppiamente amara. Infatti è evidente che la notizia crei già di per sé un danno rilevantissimo. Non conosciamo la contestazione ma sono certo che c’è qualcuno che ha calunniato Santoro, uomo onesto e magistrato inflessibile”.

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Inchiesta sulle mazzette

Eni, il teste nigeriano. “Mai conosciuto ex manager Armanna”

Ha spiegato di non aver “mai conosciuto uomini dell’Eni”, e nemmeno l’ex dirigente del gruppo nell’area del Sahara, Vincenzo Armanna, un responsabile dell’apparato di sicurezza nigeriano sentito ieri come testimone nel processo milanese sul caso Eni Shell-Nigeria, con al centro una presunta corruzione internazionale per l’acquisizione del giacimento e che vede tra gli imputati Armanna, l’ad dell’Eni Claudio Descalzi e l’ex numero uno Paolo Scaroni.

In un verbale del 27 aprile 2016 in fase di indagini, Armanna aveva raccontato che “Victor (Nwafor, il responsabile sicurezza nigeriano, ndr) mi disse che 50 milioni in contanti, in banconote da l00 dollari, erano state portate al chairman di Eni. Per chairman, Victor intendeva il capo, cioè Scaroni”. A queste dichiarazioni, però, non sono mai stati trovati riscontri tanto che non se ne parla nell’imputazione a carico di Scaroni. Nelle imputazioni, invece, i pm hanno contestato come presunte “retrocessioni” di tangenti a manager italiani i 50 milioni di dollari che sarebbero stati consegnati “presso la casa di Roberto Casula” ad Abuja, e gli oltre 900 mila euro versati ad Armanna “su un conto corrente”.

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