L’ombra del non-Sanremo si proietta sull’Ariston. Malgrado la sua vocazione innovativa, il Baglioni II non ha mancato di sollevare perplessità. Tra i 24 big, molti dei veterani appartengono alla stessa scuderia che cura gli interessi live del direttore artistico, e non tutti i giovani scelti paiono avere la caratura di alcuni lasciati fuori. Ha fatto rumore l’esclusione di Pierdavide Carone in accoppiata con i Dear Jack: due realtà emerse dal passato prossimo del talent defilippiano, che una volta uscite dal cono di luce della tv hanno tenuto la rotta con caparbietà. Carone ha già nel palmares un Sanremo come autore di Per tutte le volte che di Valerio Scanu, e in troppi lo ricordano come “l’orfano di Dalla”: Lucio diresse per lui l’orchestra al Festival nel 2012 su Nanà. Dal canto loro, i Dear Jack hanno avuto il problema di smarcarsi dal ex frontman Alessio Bernabei (sostituito per qualche mese dallo spaesato Leiner) prima di proseguire il viaggio senza cantante titolare: ora provano a togliersi di dosso il marchio scomodo di teen-idol a tempo determinato.

Per la kermesse sanremese, Carone & Dear Jack avevano proposto al Divo Claudio un brano di forte impatto sociale e dal robusto tessuto musicale: Caramelle parla di pedofilia, vista dagli occhi delle vittime. Il suono ricorda quello di Meta in Vietato Morire: e Ermal è stato tra i primi a twittare lo sconcerto per l’esclusione di Caramelle. “Una canzone vera”, l’ha definita. A ruota sono piovuti sui social gli elogi di Giorgia, Negramaro, Tiromancino, Alessandra Amoroso, Elisa, Nomadi, J-Ax, Roby Facchinetti, Gigi D’Alessio. Possibile che per un pugno allo stomaco così non vi fosse uno strapuntino tra i competitor in Riviera? Tutti capolavori, quelli selezionati? Chissà se i luogotenenti baglioniani si sono pentiti, alla luce del sostegno virale per Caramelle.

Si dirà: ogni anno la commissione artistica si guadagna gli anatemi dei tanti rimasti con un palmo di naso. Tra i trombati dell’ultimo minuto c’erano Dodi Battaglia con un pezzo di Giorgio Faletti o Dolcenera spinta a far coppia con Rocco Hunt. Bianca Atzei, che qualche presenza se l’era guadagnata nelle scorse edizioni, stavolta si era fatta avanti con Lei, un pezzo d’autore firmato da Gianluca Grignani. Non pervenuti lo spaccatutto di XFactor, il post-rapper Anastasio, e i Maneskin, che a suon di televoti avrebbero insidiato la vittoria troppo annunciata del bravissimo Ultimo (a febbraio ha trionfato tra le nuove proposte e a luglio conquisterà l’Olimpico). Massimo Ranieri si è defilato dopo aver meditato dapprima su un testo donatogli da Aznavour e poi su un’altra canzone pensata con Mauro Pagani. Ed è sparito dai radar il fantasma del brano firmato da Vasco (e Curreri) per, rivela il signor Rossi, “una collega bella e potente”. Chi? Irene Grandi? Emma? Non certo Noemi, che di presentarsi a Sanremo quest’anno non aveva alcuna intenzione. E neppure Loredana Bertè, che tra i 24 big c’è, con una cosa messa a punto proprio da Gaetano Curreri e dal giovane Gerardo Pulli.

In ogni caso, roba buona non manca, a Sanremo 2019: Ultimo a parte, c’è curiosità per i Negrita, Motta, Zen Circus, Ex Otago, Boomdabash, Ghemon, Achille Lauro. Tra nuovo e usato sicuro, sono i nomi al di qua della linea di demarcazione con il vecchiume. Nomi che dovrebbero finire nei libri sulla Rivoluzione festivaliera del 2019, sperando che nonna non cambi canale, quando li vedrà sul palco. Le multinazionali che pagano un milione di euro a spot non sarebbero felici, se la Rai fallisse lo share pre-garantito del 40 per cento. Ballano soldoni, sulle scelte di Baglioni.

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