Quando tra qualche mese Glovo, la multinazionale spagnola del cibo a domicilio, completerà l’acquisto della tedesca Foodora, in Italia si assisterà al primo licenziamento collettivo di rider della storia nazionale. Dopo la fusione, infatti, Foodora chiuderà bottega nel nostro Paese e interromperà il contratto di lavoro con tutti i suoi circa 2mila fattorini. Saranno mandati a casa e non potranno opporsi: dovranno restituire lo zaino rosa e cercare un nuovo impiego.

Glovo, che ingloberà la (ex) concorrente, non è obbligata a riassorbirli e non intende farlo. Al massimo, ha detto al Fatto Quotidiano, non porrà limitazioni se vorranno candidarsi per entrare a far parte della sua flotta. Ma se saranno “assunti”, avverrà alle sue condizioni, non a quelle di Foodora che, per i suoi, aveva comunque previsto un co.co.co. e retribuzioni fisse. Le piattaforme che portano le pizze a casa, infatti, hanno sempre negato ai rider lo stato di dipendenti, reclutandoli come collaboratori autonomi o al massimo co.co.co. I fattorini, pur essendo l’anima di questo settore, tecnicamente non sono conteggiati nell’organico. Quindi, quando un’azienda passa da una società a un’altra, quella che compra non è obbligata a farsene carico perché la tutela dell’occupazione è assicurata solo a chi è formalmente dipendente.

L’app tedesca, come mostra uno studio aggiornato al 2016 dell’Inapp, centro ricerche del ministero del Lavoro, ha circa 50 dipendenti e quasi 2mila rider assunti con contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Quindi, solo i primi saranno tutelati, visto che i secondi non rientrano nel perimetro dei subordinati. Il 48% dei “licenziati” è formato da studenti che arrotondano, e magari per loro non sarà un dramma. Il problema sarà per l’altra metà.

Sul piano delle norme non si tratterà di un licenziamento collettivo, perché non c’è formale riduzione dell’organico aziendale e questo allontanamento non richiederà nemmeno una trattativa sindacale. Le associazioni di fattorini hanno sempre chiesto di essere riconosciuti come subordinati, ottenendo il netto rifiuto di Foodora e le altre. La battaglia è finita in Tribunale e hanno avuto ragione le app. I rider sono liberi di scegliersi i turni di lavoro quindi è corretto inquadrarli come autonomi, sostengono i magistrati. Forti di queste sentenze, le multinazionali hanno continuato a stipulare collaborazioni occasionali.

Foodora, però, ha scelto una formula sì flessibile ma che riconosce un minimo di tutele previdenziali e assicurative: il co.co.co. Per quanto spesso descritta come cattiva, in realtà la piattaforma tedesca è quella che ha offerto le migliori condizioni del mercato, con retribuzioni che non variano a seconda dei voti ottenuti dai rider (il rating). Glovo, invece, usa la collaborazione occasionale (praticamente la Partita Iva) e offre paghe che “dipendono dall’esperienza e dai feedback di ristoranti e clienti”, si legge sul sito. Quando è stata diffusa la notizia dell’acquisizione, le associazioni dei fattorini hanno chiesto chiarimenti sul destino dei collaboratori di Foodora, senza ottenere risposte esplicite. “Mercoledì, durante il tavolo al ministero dello Sviluppo economico – raccontano da Riders Union Bologna – abbiamo di nuovo posto la domanda e hanno risposto alzandosi e andandosene”.

Interpellati dal Fatto, hanno finalmente svelato le intenzioni: “Foodora – spiegano da Glovo – rispetterà tutti i contratti in essere dei rider finora in forze continuando le attività. A seguito della chiusura del servizio di Foodora tutti gli ex rider Foodora saranno liberi di candidarsi come glovers, senza nessuna limitazione”. Insomma, perderanno certamente il posto presso Foodora, con le sue tutele minime. Però possono consolarsi: se vorranno diventare collaboratori occasionali di Glovo, non sarà vietato loro di provarci. “Come è umano lei!”, direbbe Fantozzi.

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