L’impasse della nave Diciotti è solo l’ultimo tassello. La motovedetta della Guardia costiera italiana con 177 naufraghi a bordo è ferma da più di 24 ore davanti al porto di Lampedusa. Attende il via libera del Viminale, dicastero che deve indicare il punto di sbarco. In primo piano c’è però il conflitto ormai aperto tra Matteo Salvini e il comando della Guardia costiera.

“Insofferenza”, “evidenti dissapori”, “incomprensioni”. Le versioni variano, ma il nocciolo della questione è chiara. Il virtuale blocco navale via Twitter del leader leghista si scontra con quell’obbligo, morale prima che giuridico, di salvare vite umane in mezzo al mare. Una questione quasi d’onore per militari italiani impegnati nel Mediterraneo centrale.

L’ammiraglio Giovanni Pettorino, già nel corso della festa per l’anniversario del Corpo, aveva messo l’accento sui salvataggi compiuti dalla motovedette, rivendicando quel ruolo che le Capitanerie di porto sentono nel Dna: “È un impegno gravoso che abbiamo assolto nella consapevolezza di ben onorare il giuramento prestato da ciascuno di noi di osservare la costituzione e le leggi”, aveva spiegato l’ufficiale, riferendosi al “soccorso prestato a migliaia di persone in pericolo di perdersi nel Mediterraneo”. Un principio, questo, che per il comandante Pettorino è “baluardo distintivo di civiltà”. In quella stessa giornata una delle medaglie “al valor di Marina”, assegnate come ogni anno a ufficiali e marinai, è andata ad un operatore attivo nei salvataggi di migranti e rifugiati.

Un segnale ben chiaro. Quei corpi in mare, per la Guardia costiera, sono prima di tutto naufraghi e come tali devono essere trattati.

“Rischiamo la vita – spiegano ufficiali che chiedono l’anonimato – quando c’è un recupero in mare, i nostri uomini vanno in acqua, salvano vite; passare per traghettatori di migranti è inconcepibile”. Il riferimento è a quell’accusa che ieri è stata riproposta da Maurizio Gasparri, che ha presentato una interrogazione sul caso: il comportamento della nave Diciotti “sembra ricalcare l’andazzo dei mesi passati quando, in base alle direttive del governo a guida Pd, la Guardia costiera si era contraddistinta per alimentare il trasporto in Italia di migliaia e migliaia di clandestini, ovunque prelevati”, ha dichiarato il senatore di Forza Italia, riprendendo uno dei temi cari alla destra. È dal Viminale, però, che arrivano i segni di insofferenza più preoccupanti e concreti. Matteo Salvini ha prima evidenziato di non essere stato avvisato del salvataggio – atto non dovuto in punta di diritto, se non a livello di coordinamento interministeriale – per poi negare l’approdo della nave militare italiana. Un segnale chiaro, una scelta che ricalca il caso di un mese fa, quando per sbloccare la situazione – sempre della nave Diciotti fermata per giorni al largo, lo scorso luglio, in attesa di un porto per lo sbarco – era intervenuto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Tra le righe il Viminale, con la scelta di negare almeno per il momento l’approdo, sembra volere mettere sotto accusa la scelta della Guardia costiera italiana. Ufficialmente lo scontro è con Malta, che non ha aperto il porto alla Diciotti, ma le porte chiuse alla nave militare sono un segnale ben preciso, almeno politicamente. Che si aggiunge alle accuse arrivate da La Valletta alla Guardia costiera: “È stata una intercettazione ingiustificata – hanno scritto i maltesi in una lettera inviata al centro operativo italiano – in mare aperto, non sussisteva alcun elemento di pericolo, la vostra è stata un’interferenza”. Accusa dura, arrivata per giustificare la mancata assegnazione di un porto sicuro alla nave Diciotti.

Ben diversa la versione della Guardia costiera italiana, che ha subito risposto ai maltesi. L’imbarcazione con a bordo i migranti e i rifugiati – quasi tutti provenienti dal Corno d’Africa, zona con conflitti che durano da decenni – era in distress, con problemi ai motori e imbarcava acqua. Ora per il via libera all’ingresso in porto Salvini aspetta la decisione di Bruxelles, che – come è avvenuto in altri casi – dovrebbe coordinare la distribuzione dei migranti e rifugiati tra i paesi membri.

La Commissione europea per ora dichiara di seguire “gli sviluppi molto da vicino – ha spiegato la portavoce della Direzione generale competente per la Migrazione, Tove Ernst -. Per il momento non sono al corrente che vi siano contatti tra la Commissione e gli Stati membri”. Bruxelles ha assicurato di essere pronta a “fornire sostegno al coordinamento – ha aggiunto la portavoce – e prestare tutto il nostro peso diplomatico per soluzioni veloci”.

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