Certo, l’ammiraglio già affondato fa storia a sé, rientra di diritto nel meglio che lo spassoso teatro della politica potesse offrire a noi spettatori. Come la sposa sull’altare, Rinaldo Veri, stratega militare già in forza alla Nato, si è ricordato di essere consigliere comunale nella sua Ortona per un partito diverso dai 5stelle un minuto dopo aver annunciato la sua candidatura al Parlamento con i 5stelle. Il fantastico dietrofront allunga la sfortunata casistica di quella che a Roma si chiama pischellaggine, forma mediana tra ingenuità e incapacità di cui Luigi Di Maio sembrerebbe portatore sano.

Bisogna pure annotare, tra le bizzarrie, che a Firenze, contrapposto a Renzi, viene schierato l’avvocato Nicola Cecchi, fino a un anno fa non solo del Pd ma sostenitore determinato e pubblico del Sì al referendum costituzionale renziano: “Sono stufo del no, del niet, del non si può fare”, scriveva il nostro.

Eppure i naïf a Cinquestelle hanno fatto un lavoro di scavo nella società civile più accurato dei loro competitori. E la partita tra dilettanti e professionisti, tra urlatori e competenti, sembra incredibilmente a favore dei primi.

Abituati a notevoli e ripetute considerazioni politiche sulle scie chimiche e altre fantasticherie, fa infatti un certo effetto sapere che nel collegio cilentano il Pd schieri Franco Alfieri, re delle fritture di pesce, e il Movimento la ventottenne Alessia D’Alessandro, economista, poliglotta (parla cinque lingue), ricercatrice all’ufficio studi della Cdu, il partito di Angela Merkel. Scelte oculate e ripetute in altre parti d’Italia: a Crotone, città di Pitagora, l’archeologa Margherita Corrado (nella foto); nelle aree terremotate la direttrice della rete museale dei Monti Sibillini. L’assemblaggio di soli e inutili vip, la cosiddetta vippitudine, si è parecchio rarefatta e lo star system è risultato allo stremo, chissà se per mancanza di star.

La squadra grillina è oggi più organica e destinata, almeno nelle intenzioni, a dare una radice culturale – chissà se ideologica – al movimento. Il cardiochirurgo romano, la toga di grido, economisti di buon livello internazionale, qualche docente universitario, il rappresentante degli artigiani veneti, la ricercatrice del Cnr sulle malattie metaboliche, l’esperta di economia circolare, l’ecologista, la criminologa impegnata contro il femminicidio, il geomorfologo. Insomma una politicamente variegata quanto promettente pattuglia di persone in grado di illustrare una competenza e poterla poi mostrare. Ad essa Di Maio affianca una selezione più accurata (anche se frutto di un qualche dispotismo di troppo), della militanza interna: le new entry e le riconferme. Le 15mila autocandidature per le cosiddette parlamentarie, un mare magnum di proposte annegate in un mare magnum di bocciature senza regole, sono servite a creare almeno l’acqua nella quale, sperabilmente per il movimento, i profili più accidentati sono stati risucchiati.

Ma certo il Pd di Matteo Renzi, la squadra nuova sulla quale dice di contare, ha raccolto nella società civile solo briciole. Le cronache di ieri ancora insistono nella novità dell’ascesa di Francesca Barra, un po’ giornalista, un po’ showgirl. Di rilievo la presenza di Lucia Annibali, testimonial delle vittime delle violenze di coppia e poi? Deserto o quasi. Il fratello di Giancarlo Siani, il maestro di strada Marco Rossi Doria, fine. E Forza Italia poi, ferma con l’orologio al 1993, prepara innesti da ancien régime. Chiama in Parlamento, oltre a una bella famigliola di voltagabbana, Adriano Galliani, intimo dell’ex Cavaliere, Giorgio Calabrese, il nutrizionista di Bruno Vespa, il presidente della Lazio Claudio Lotito più varie e indefinibili figure femminili.

Buongiorno tristezza.

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