In principio fu l’ingegnere informatico Hervé Falciani da Montecarlo: creò il cielo e la terra della grande evasione fiscale, divulgando informazioni riservate su oltre 130mila clienti di vari Paesi che avevano imboscato i loro soldi presso la filiale ginevrina della banca privata inglese Hsbc. Le tenebre ricoprivano l’abisso in cui erano celati i misteriosi conti correnti: così a portare la luce e a disvelare i nomi di chi aveva esportato i capitali per ficcarli nelle casseforti dell’Hsbc ci pensò monsieur Falciani che era stato assunto nel 2002 dal potente gruppo bancario di Londra, per filtrare milioni di dati riservati sulla clientela e trarne informazioni commercialmente utili. Tralasciamo le vicissitudini raccontate da Falciani nel suo libro La cassaforte degli evasori e romanzate nel film Falciani Tax Bomb. Fatto sta che l’elenco di quei 130mila finisce a Parigi.

Diventa la “Lista Lagarde”, piglia cioè il nome di Christine Lagarde, ministro francese delle Finanze e attuale direttore generale del Fondo Monetario Internazionale. La Lagarde nel 2009 inviò i documenti di Falciani ai colleghi dei governi i cui cittadini erano nella lista. La Svizzera lo condannò giusto due anni fa a 5 anni per spionaggio economico. Parigi, a differenza di Berna, accusò la Hsbc di riciclaggio. Qualcuno profetizzò: è stato aperto il vaso di Pandora. Dei soldi nascosti e di quelli della criminalità. Quanti? Tra i 5.500 e i 7.000 miliardi di dollari.

Nelle lavatrici dei paradisi fiscali finivano 110 miliardi di dollari tricolore. Oggi sono rivalutati a 180, secondo l’autorevole istituto Tax Research di Londra. Siamo i primi evasori dell’Ue che perde 1.010 miliardi di euro in evasione (860) e elusione (150). Altro che manovrine: “E poi ci dicono che i soldi non ci sono, per giustificare i tagli al welfare, all’istruzione, alla ricerca…”, commenta indignata Elly Schlein, eurodeputata di Possibile, membro per Socialisti e Democratici della commissione d’inchiesta Ue sui Panama Papers: martedì il Parlamento di Strasburgo affronterà il tema dell’evasione. “Il fenomeno è gigantesco e Paradise Papers non fa altro che confermarlo. Stavolta vengono svelati i segreti dell’ottimizzazione fiscale praticata non solo in Italia e in Europa, ma in tutto il mondo, dalle multinazionali e dalle grandi fortune. Si sta spezzando il muro dell’omertà. Il problema non è soltanto etico. È legale. È la disparità davanti alla legge e davanti alle imposte”.

Paradiso fiscale eguale a inferno della democrazia, come scrive Le Monde? Come si possono infliggere tasse alla gente se il 10 per cento del Pil mondiale finisce mascherato nei depositi offshore? Pensiamo alle famose “isole del tesoro”. Come le tre Cayman, 55mila abitanti e 800mila società finanziarie, assicurazioni, fondi di investimento tanto da essere considerata la quinta piazza finanziaria del mondo.

L’economista francese Gabriel Zucman che studia da una vita l’evasione fiscale globale è stato costretto ad aggiornare le sue stime dopo la pubblicazione dei Paradise Papers. Prima, infatti – sulla base dei Panama Papers – ipotizzava 7.800 miliardi di dollari nascosti. Infatti l’autorevole Boston Consulting Group valuta in 10mila miliardi di dollari i capitali infrattati. James Henry, autore di Blood Bankers, addirittura spinge l’asticella a quota 36mila miliardi di dollari, cioè due volte il Pil degli Stati Uniti (18624,450 nel 2016).

La lotta contro il denaro dei ricchi e potenti è impari. L’80 per cento del denaro accumulato nei conti offshore appartiene alle famiglie più benestanti del pianeta (lo 0,1 per cento del totale), il 50 per cento alla crème de la crème, i nababbi, quelli veri (pari allo 0,01 per cento), che sarebbero non più di centomila sparpagliati soprattutto negli Usa, in Europa, in Russia, Giappone, Cina, India, Brasile, Canada e Messico. Costoro ben si guardano di pagare le tasse. La loro ricchezza aumenta esponenzialmente. E pericolosamente.

Sulla ricchezza nascosta delle nazioni cala il sipario. Hai voglia a suggerire, proporre e talvolta far approvare misure di contrasto in teoria efficaci e risolutive: “Le proposte ci sono. Noi abbiamo indicato come far saltare gli schemi elusivi delle multinazionali. Per esempio, la rendicontazione pubblica Stato per Stato, di conseguenza anche delle multinazionali che ci operano. Avevamo proposto una soglia di fatturato bassa, a 40 milioni, perché così sarebbe stato più semplice capire le dinamiche finanziarie. Invece è stato approvata a 750 milioni...”. Un duello contro i mulini a vento? “Non proprio. Siamo riusciti comunque a imporre più trasparenza e più scambio di informazioni, per intercettare le attività infragruppo delle multinazionali. Ma è un discorso lungo, complesso. Che presuppone l’armonizzazione delle politiche fiscali. Oggi come oggi, è una giungla”. Lo capimmo quando scoppiò lo scandalo LuxLeaks.

Nel settembre 2010 emerse l’esistenza di centinaia di accordi fiscali fra il Lussemburgo e le filiali di multinazionali (tra le quali Apple, Ikea, Pepsi) che consentivano di non pagare le tasse. La “gola profonda” fu un impiegato francese della società di revisione PwC Luxembourg che sottrasse 28 mila pagine di documenti. L’Icij, il consorzio internazionale made in Usa dei giornalisti investigativi li rese pubblici. Risultato: la società di revisione denunciò l’impiegato infedele che venne condannato. Il meccanismo si replicò l’anno scorso con Panama Papers, approdati alla redazione della Suddeutsche zeitung, come ora con i Paradise: “Bisogna tutelare i whistleblower, chi rivela queste pratiche di malaffare e il ruolo fondamentale degli intermediari. L’Europa e l’Italia devono finalmente decidere di combattere l’elusione e l’evasione fiscale seriamente, e non solo a parole. Dotandosi di strumenti d’indagine sempre più selettivi e di regole sempre più uniformate. Sinora ha prevalso l’atteggiamento schizofrenico dei governi, in cui uno vuol essere più furbo dell’altro. Quanto a fiscalità, ognuno fa per sé, e alcuni Paesi dell’Ue adottano una concorrenza spietata. Cipro e Malta, per esempio, attirano capitali promettendo in cambio il golden visa. Lì si pratica non lo ius soli, ma lo ius soldi”.

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