Tra i sinonimi della parola “genio”, dovrebbero inserire una volta per tutte “Carmelo Bene”. Attore, regista, drammaturgo. Scrittore, poeta. Ma più che altro, appunto e semplicemente, genio. Lo racconta, a 80 anni dalla nascita e a 15 dalla scomparsa, Giuseppe Sansonna in “Tracce di Bene”. È in onda su Sky Arte HD e non bisogna perderselo. Il regista lo ha definito, con efficacia, “un’autobiografia monca”.

Il documentario, in cui svetta un Flavio Bucci puntualmente prodigioso, è impreziosito da un’intervista audio – mai pubblicata prima – realizzata dal grande amico Giancarlo Dotto. Ci sono estratti dal backstage di Salomè, frammenti di un’altra intervista realizzata da Monica Maurer e materiali di repertorio. Un’ora satura di talento smisurato. Così smisurato che, sin dall’inizio, tanti non lo capirono. Per alcuni era un “affabulante ingannatore”, per altri un “massacratore di testi”.

E per non pochi, da Moravia a Montale, uno dei più grandi artisti del Novecento. Tra questi anche Pasolini, come lui corruttore del luogo comune. Il documentario mostra un’invettiva di Bene che urla da un piccolo palco: “Io sono un anarchico!”. Accanto c’è Pasolini che legge il giornale, poi si alza e dice: “Carmelo, urliamo un po’ meno e cerchiamo di ragionare un po’ più”. Altri tempi. Nell’intervista con Dotto, Bene racconta anche quando incontrò Camus a Parigi: “Lui prese una spremuta d’arancia, io il solito doppio whisky”. A 22 anni fece Caligola: un esordio fragoroso. Poco dopo il padre lo sedò e fece internare, “come si usava all’epoca”, per farlo desistere dall’idea di sposarsi. “Mi ritrovai legato mani e piedi in manicomio, circondato da pazzi che mi guardavano e mi sputavano addosso”. Il protagonista del film non può che essere la voce, anzi La Voce, di Bene. Irripetibile. La cosa che oggi manca di più, assieme a quella sua vulcanica capacità affabulatoria. Così accecante da riuscire a rendere irripetibile una puntata di Mixer Cultura e due (1994 e 1995) del Maurizio Costanzo Show, quando con agio sadico e sublime demolì dialetticamente i pedanti Luigi Lunari e le querule Marinella Venegoni, avvertendo un po’ di imbarazzo giusto quando Roberto D’Agostino gli chiese: “Se lei non esiste, perché si tinge i capelli?”.

Più gli ponevano domande stupide (quasi sempre) e più lui saliva di tono. E la cosa bella, tanto bella, era che Bene non si rifugiava mai nel mero citazionismo: il suo parlare era genio, era vertigine, era bellezza. Tutte cose che Sansonna, nel suo documentario, sa restituire. “Adesso voglio dormire”, disse Bene a Dotto prima di andarsene. “Ti voglio bene”; “Anch’io”. Fu la prima e ultima volta che se lo dissero. Bene incontrò infinite volte il serissimo sindaco di Otranto per pianificare il suo funerale da vivo. Aveva anche scelto l’epitaffio, prendendolo da Sade: “Mi ostino a vivere perché anche da morto io continui a essere la causa di un disordine qualsiasi”.

Poi il funerale non c’è stato, perché – ricorda Dotto – “nel frattempo sei morto e da morto il funerale non aveva più senso farlo”. Per Bene la vita era una cosa che “finisce dove comincia davvero”. E il tempo non esisteva: “Il presente non fu mai niente”; “Non mi sento nato. Il tempo non c’è”; “La carta del tempo è un attentato alla innocenza del divenire”. Se fosse ancora qui, probabilmente gli faremmo più schifo di quanto già non gli facessimo. Oppure, se osassimo chiedergli come sta, ci risponderebbe come sempre: “Non c’è Bene, grazie”.

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