Matteo Renzi vuole tornare a Palazzo Chigi il prima possibile e riprendersi un ruolo in Europa. Silvio Berlusconi vuole contare politicamente e accedere con Forza Italia a un governo di larghe intese. Beppe Grillo vuole presentare il suo Movimento come unico argine all’inciucio. Così la strada verso il proporzionale e le elezioni anticipate sembra segnata, con i maggiori partiti sostanzialmente d’accordo. Aperture sono arrivate da Lega, Fratelli d’Italia, Sinistra italiana e persino Mdp.

Ieri è stata una giornata di incontri paralleli. Con i dem Ettore Rosato, Luigi Zanda e Emanuele Fiano che alla Camera hanno incontrato le delegazioni di Cinque Stelle e dei bersaniani di Mdp, mentre Matteo Renzi e Lorenzo Guerini al Nazareno vedevano i vertici dei partiti: Riccardo Nencini (Psi), Nicola Fratoianni (Si) e Angelino Alfano (Ap). Si lavora ai dettagli della legge, ma nel patto vengono studiate anche altre variabili. Prima di tutto, chi deve fare il premier: Renzi vorrebbe una garanzia definitiva, ma molto dipenderà dai risultati elettorali. Poi c’è la questione dei conti pubblici e degli impegni con l’Ue, in nome dei quali il Quirinale teme lo scenario di un voto in autunno.

La road map come la immaginano i renziani, dunque, sarebbe più o meno questa: approvazione della legge elettorale entro la metà di luglio; dopo, dimissioni di Paolo Gentiloni (nel patto originario con Renzi c’era il “passo indietro” al momento richiesto); in queste settimane si lavorerebbe pure alla predisposizione “informale” delle linee guida della manovra con l’impegno dei partiti a votarla dopo le elezioni (che sarebbero tra il 24 settembre e il 7 ottobre). Da vedere se le cose andranno effettivamente così. Tanto più che è un impegno, quello a votare la manovra, “scritto sull’acqua”, commentano alte fonti istituzionali.

Nel frattempo, si lavora ai dettagli del sistema elettorale: per esempio, si tratta di disegnare i collegi. Questione non indifferente per la possibilità di ogni singolo parlamentare di essere rieletto: e sono loro che la legge devono votarla. Il patto ha come primi contraenti Renzi e Berlusconi. I due si sono sentiti ieri alle 14 e avrebbero definito i loro paletti. Si tratterà di un sistema tedesco con un unico voto: da una parte il candidato del collegio uninominale di partito, dall’altra il listino bloccato sempre di partito. I seggi saranno ripartiti in modo che i primi vanno ai vincitori nei collegi uninominali, i secondi ai candidati nei listini bloccati. Il punto fermo – per tutti i contraenti – è lo sbarramento al 5%: quanti più partiti stanno sotto questa soglia, tanto più gli altri sono sovra-rappresentati: si spartiscono i voti non utilizzabili.

La processione a Montecitorio ieri è servita a chiarire le rispettive posizioni. La delegazione dei Cinque Stelle (composta da Roberto Fico, Vito Crimi e Danilo Toninelli) ha avanzato la richiesta di un premio di maggioranza. Per sentirsi rispondere che l’opzione non esiste. Il Movimento non si tirerà indietro comunque. Mdp ha chiesto un incontro successivo domani. Oggi c’è la direzione del Pd, nella quale Renzi dovrebbe scoprire le carte e chiedere un voto. Annullato l’incontro con la delegazione centrista alla Camera, Alfano è andato direttamente a parlare con l’ex premier. Incontro finito abbastanza male: sul 5% non c’è margine e i centristi tra tutti sono quelli che rischiano di essere penalizzati di più.

I passaggi ancora da fare sono, oltre alla direzione dem, l’incontro con Forza Italia domani alla Camera. Pare che Berlusconi abbia proposto a Renzi di vedersi a palazzo Grazioli, ma il segretario Pd preferisce evitare: meglio non esibire l’immagine plastica dell’inciucio.

A livello operativo, dovrebbe essere predisposto un emendamento dal relatore Emanuele Fiano. Poi, inizierà la corsa: l’approdo in aula è previsto per il 5 giugno, si potrebbe persino cercare di arrivare al voto prima delle Amministrative dell’11, per chiudere comunque in Senato entro la metà di luglio. Il quadro sembra ormai tracciato, nonostante le perplessità della sinistra del Pd (gli “orlandiani”). “Si vota la prima domenica di maggio, io l’ho sempre detto”, scherzava ieri Ugo Sposetti a Montecitorio. Ma per fermare questa corsa, il governo dovrebbe cadere prima dell’approvazione della legge elettorale. Nessuno sembra pronto a intestarsi una mossa del genere. E poi, c’è sempre la possibilità del bluff: ovvero che alcuni dei contraenti del Patto perdano tempo strada facendo. L’ultima parola sarà del presidente della Repubblica. Ma a legge approvata.

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