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mercoledì 10/05/2017

Consip, Woodcock trascinato al Csm per l’intervista mai concessa

L’azione disciplinare - Il pg della Cassazione vuole processare il pm dell’inchiesta Consip per le parole pronunciate con i colleghi e riportate da un giornale

Henry John Woodcock è sottoposto a procedimento disciplinare al Csm per un’intervista sull’inchiesta Consip che non ha mai concesso. Il procedimento è stato aperto dal procuratore generale della Cassazione Pasquale Ciccolo, dopo che il Guardasigilli Andrea Orlando, l’altro titolare di questo potere, aveva dichiarato al Fatto Quotidiano di non aver azionato attività ispettive su Napoli “perché non emergevano profili disciplinari”. Ciccolo invece accusa il pm di Napoli che ha scoperchiato il caso Consip di aver rilasciato la sera del 12 aprile alcune dichiarazioni a Liana Milella, pubblicate da Repubblica a pagina 13 il giorno dopo, relative alle indagini e al capitano del Noe Giampaolo Scafarto, poi sotto inchiesta a Roma per la presunta manipolazione di una trascrizione sul papà dell’ex premier, Tiziano Renzi. Esternando, Woodcock avrebbe violato le direttive del procuratore reggente di Napoli Nunzio Fragliasso tenendo “un comportamento gravemente scorretto” nei confronti suoi e dei colleghi di Roma che hanno ereditato lo stralcio sugli appalti Consip, perché il capo della Procura di Napoli la mattina del 12 aprile aveva convocato una riunione con l’aggiunto e i pm del caso Consip – Filippo Beatrice, Celestina Carrano e Woodcock – invitandoli a mantenere riserbo con gli organi di informazione per non interferire con le indagini di Roma.

Peccato però che in nessuna parte dell’articolo si evinca che Woodcock abbia parlato con Repubblica. Milella in quell’articolo ricorda che Woodcock ha sempre risposto ai giornalisti: “C’è una regola che mi impedisce di parlare e io non parlo”. Ma, scrive Repubblica, “tale era la pressione su di lui che almeno coi suoi colleghi Woodcock è costretto a parlare”. E poi riporta le frasi del pm ai colleghi. Non ci sono certezze sul momento in cui sono state pronunciate queste frasi. Potrebbero essere precedenti alla riunione con da Fragliasso. “La tempistica in questa vicenda è importante”, si limita a dire Marcello Maddalena, l’ex procuratore capo e poi procuratore generale di Torino che difende Woodcock. Il summit del 12 aprile si concluse con un comunicato della Procura di Napoli che smentiva tensioni coi colleghi romani e confermava la delega ai carabinieri del Noe, revocata invece a Roma perché i militari erano ritenuti responsabili di reiterate fughe di notizie.

Agli atti del procedimento disciplinare c’è una relazione di Fragliasso e il capo di incolpazione di Ciccolo asserisce che ad articolo già in edicola Woodcock avrebbe poi detto “di essere stato tratto in inganno”. Erano giorni tesissimi. Il 12 aprile i giornali scrivono di “scontro tra Procure” sul Noe. Stampa ostile alle indagini del pm dal cognome inglese lo indica come il mandante di un ufficiale dei carabinieri falsario con lo scopo di costruire una inchiesta farlocca per screditare Matteo Renzi. Woodcock è un magistrato esperto e le sue indagini del passato sui vertici della politica lo hanno abituato a lavorare sotto pressione. È questo il contesto quando su Repubblica il 13 aprile esce il suo “pensiero”. Il titolo: “Errore grave, nessun complotto. Il controllo non spettava a noi”.

Ciccolo sostiene che Woodcock avrebbe interferito sulle indagini di Roma con la frase sul presunto falso di Scafarto: “La risposta più logica è che si sia trattato di un errore, solo un pazzo avrebbe potuto danneggiare così il proprio lavoro”. Ma non ci sono dubbi sulla correttezza delle indagini romane. C’è invece stima per l’aggiunto di Roma Paolo Ielo: “Lavora bene da trent’anni”.

Cinque giorni dopo, Fragliasso dirama una circolare, la 69/2017, che raccomanda ai pm di evitare di rendere dichiarazioni anche “in forma indiretta o in maniera impersonale” che hanno determinato la “sovraesposizione mediatica dell’ufficio”. È un richiamo alle parole di Woodcock? Ieri Fragliasso era a Roma e ha incontrato il procuratore capo Pignatone. Oggi il pm romano Palazzi interrogherà Scafarto. L’ufficiale è difeso dell’avvocato Giovanni Annunziata, che sta preparando una memoria. “La presenteremo più in là”. Su Consip ormai tutti misurano le parole col bilancino.

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Politica
Governo contro toghe

Borrelli, il pool Mani Pulite & C.: quando era B. a farli inquisire

Quando c’era B. era tutto più facile, l’azione disciplinare la promuoveva spesso il ministro della Giustizia, o per lo meno si affrettava a mandare gli ispettori negli uffici dei magistrati non allineati. Li inviò alla Procura di Milano, nel ‘94, l’allora guardasigilli Alfredo Biondi (governo Berlusconi I). Fu poi il successore Filippo Mancuso, scelto dal presidente del Consiglio Lamberto Dini su indicazione del suo ex premier B., a procedere nel ‘95 contro il procuratore Francesco Borrelli e i pm del pool Mani Pulite Gherardo Colombo, Gerardo D’Ambrosio e Piercamillo Davigo con l’accusa di aver “intimidito” gli ispettori di Biondi. Il Csm li assolse in quello e in altri casi, almeno cinque. Anche quando Giovanni Maria Flick, ministro della Giustizia del Prodi I, sollecitò il Csm a sanzionare Francesco Greco, allora pm a Milano, con l’accusa di aver “screditato” il governo in un’intervista. Tornato al governo nel 2001, B. nominò alla Giustizia l’ingegnere leghista Roberto Castelli che ci restò fino al 2006. Cominciò con i magistrati che avevano espresso critiche e perplessità sull’operato delle forze dell’ordine al G8 di Genova (luglio 2001), il pm genovese Francesco Pinto e poi l’allora presidente della Corte d’assise di Bologna Libero Mancuso: entrambi assolti. Un anno dopo toccò a Felice Casson, già titolare dell’inchiesta su Gladio e all’epoca pm a Venezia, accusato di aver solidarizzato con chi protestava per l’assoluzione dei 28 imputati nel processo per il Petrolchimico di Porto Marghera, nel quale Casson aveva rappresentato l’accusa: assolto pure lui dal Csm e dalla Cassazione dopo il ricorso del ministro. Nel 2003 Castelli se la prese con il pm Agostino Abate, all’epoca a Varese, che aveva avuto qualche polemica con Umberto Bossi e non si era poi astenuto da un processo che lo riguardava: assolto due volte, più di recente invece gli è andata diversamente per altri fatti. Nel 2004 Castelli fece portare davanti al Csm il pm di Milano Massimo Meroni, già pm in uno dei processi per la strage di piazza Fontana, per le critiche alla presunta inerzia del governo nella pratica di estradizione del neofascista Delfo Zorzi. Il Guardasigilli leghista fece “processare” Ilda Boccassini e lo stesso Colombo per non aver rivelato agli ispettori ministeriali i contenuti di un fascicolo d’indagine segreto, il famoso 9520 da cui trassero origine io processi Imi-Sir e Sme: assolti anche loro dal Csm.

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