Dice Beppe Grillo che il suo Movimento non è né di destra né di sinistra. Il che, vien da pensare con Gaber, vuol dire che non si fanno né la doccia né il bagno; non mangiano il culatello ma neanche la mortadella, non la cioccolata svizzera e nemmeno la Nutella. “Il pensiero liberale era di desta ora è buono anche per la sinistra”. Non fa una piega: la canzone ha quasi un quarto di secolo, la deriva è antica. Non è questione di categorie invecchiate, di muri di Berlino, di secoli brevi tramontati. Il punto è che le categorie politiche sono contenitori di valori.

In Destra e sinistra (anno 1994, lo stesso della canzone di Gaber) Bobbio traccia una mappa: “All’estrema sinistra stanno i movimenti insieme egualitari e autoritari (il giacobinismo); al centro sinistra, dottrine e movimenti insieme egualitari e libertari, per i quali potremmo usare l’espressione “socialismo liberale; al centro destra, dottrine e movimenti insieme libertari e inegualitari, entro cui rientrano i partiti conservatori, che si distinguono dalle destre reazionarie per la loro fedeltà al metodo democratico ma, rispetto all’ideale dell’uguaglianza, si attestano e si arrestano sull’uguaglianza di fronte alla legge, che implica unicamente il dovere da parte del giudice di applicare imparzialmente le leggi; all’estrema destra, dottrine e movimenti antiliberali e antiegualitari (fascismo e il nazismo)”.

Tutto ciò premesso, lo sfarinamento categorico dei partiti è un disastro. E non perché si sia affezionati alle etichette, ma perché i valori servono da bussola. Chi ha votato il Partito democratico nel 2013 si augurava che il premier di sinistra attuasse politiche del lavoro tutte a favore delle aziende e che fosse disposto a sacrificare i diritti dei lavoratori? L’abolizione dell’articolo 18 non solo non era nel programma del Pd (come del resto non lo stravolgimento di un terzo della Costituzione) ma non era prevedibile (o meglio, non del tutto e non in termini così netti). Uno dice: è da tempo che la sinistra ha smesso di garantire i lavoratori (e non solo in Italia), ha perso di vista la Costituzione inseguendo modelli suppostamente più moderni, in un’ubriacatura di liberismo che si è trasformata nel peggior libertinaggio politico immaginabile. Quel che non riesce a fare la destra, lo fa – indisturbata – la sinistra.

Si sente spesso gridare (non senza una certa soddisfazione) alla fine delle ideologie. Ma le ideologie che cosa sono se non un sistema di idee che dovrebbe guidare l’agire politico di un partito? Il benefico e principale effetto è sapere cosa si vuole essere, chi si vuole rappresentare, dove si vuole arrivare. L’onestà dei 5Stelle è certamente un ottimo principio, ma è una precondizione. Se è stato il segreto del successo di Grillo ciò dipende da una patologia del sistema.

L’onestà però non è la risposta a tutte le domande e lo scivolone bruxellese lo dimostra. Come si può concepire di transitare da un gruppo antieuropeista a quello più europeista (‘austerista’ non si dice, ma rende bene il concetto) è francamente incomprensibile. La motivazione “contare di più” non è sostenibile, perché è totalmente priva di razionalità. E poi perché al fondo si traduce in una parola sola: potere. Farebbero bene i 5Stelle a capire che idea hanno di Europa: dentro? Fuori? In che rapporto con la moneta e gli altri partner? Tutte domande che ora non hanno risposte, per trovare le quali non basterebbe certo l’etichetta destra o sinistra vista la complessità della situazione: “Le parole si logorano, invecchiano, perdono di senso e tutti noi continuiamo a usarle, senza accorgerci di parlare di niente”. Se le ideologie sono morte, trovate qualche idea con cui essere coerenti.