Il portoncino di legno al centro di un vicolo di Bologna è socchiuso, ne sta uscendo una signora che giura che al citofono non corrisponde più la scritta che vi è affissa. Momento di silenzio, poi la musica. “Se cerca Bosso, sì. Lui è lì, la prima porta a sinistra”. Il crescendo della musica si allarga sul cortile interno che è un giardino segreto. Sì, viene dalla prima a sinistra. Dietro, il Maestro. E dentro, la musica, alta, avvolge tutto. È l’Italiana di Mendelssohn. “Stavo provando per il 22 dicembre, sarà un concerto sulla ricostruzione. Ho chiesto all’orchestra e al coro cosa volessero suonare e cantare. Hanno risposto Barber e Mendelssohn. Ho ricostruito entrambi per riadattarli e coro e pianoforte”. L’Italiana racconta la bellezza dell’Italia vista da fuori. Tendiamo a dare per scontata la bellezza e abbiamo l’ossessione del nuovo. Una malattia della memoria: se avessimo più memoria ci renderemmo conto che non abbiamo inventato niente”.

Anche per questo concerto di beneficenza per i luoghi colpiti dal sisma aprirà le prove al pubblico. Che succede dietro le quinte?

La musica si fa insieme. Accolgo il pubblico e lo faccio partecipare. L’ho già fatto alla Fenice di Venezia. Ora ripetiamo l’esperimento anche qui a Bologna dal 14 dicembre. Mi piace sentire l’opinione di chi viene, se ho dei dubbi chiedo il loro parere. Non è necessario che siano degli appassionati, è un momento di condivisione godibile sia dai neofiti che dai conoscitori. Perché la musica è di tutti ed è per tutti. Altra cosa è suonarla.

Per fare musica ci vuole tanta forza di volontà, come nel suo caso, ma anche talento: ha iniziato a leggere gli spartiti a 4 anni…

Mettere le mani sulla musica è innanzitutto una grande responsabilità, perché suonandola la si restituisce a tutti. Quello del pianoforte (indica lo Steinway & Sons che troneggia nell’open space pieno di luce, ndr), è stato un desiderio fortissimo, che mi ha fatto superare la noia del solfeggio, e mi faceva nascondere sotto al letto quando il mio amico di giochi mi veniva a chiamare. Non volevo mai andare, volevo studiare. Ma anche l’educazione conta molto. Ai bambini bisogna dare infinite possibilità. Io ho avuto lo scibile a disposizione. A credere in me come musicista è stato mio fratello. Dopo sono andato a studiare pianoforte dalla mia prozia, che finché non ho imparato a leggere gli spartiti non mi ha fatto toccare lo strumento. Me lo sono dovuto guadagnare. I miei genitori non volevano che facessi il musicista. Poi ho avuto molti maestri, ma come diceva mio papà Beethoven, il vero maestro è colui che ti svela chi sei, anche se a te non piace.

Nel 2015 solo il 12% degli italiani è andato ad un concerto di musica classica…

Sapevo il 7. Se è il 12, meglio. Sono 7 milioni di italiani, non male. Ma è chiaro che le ragioni sono varie. Da una parte scarseggia la divulgazione: ci sono giovani che vengono ad ascoltarmi e si lamentano perché non sanno dove trovare consigli sulla musica. Ma è anche vero che noi musicisti dobbiamo scendere dal piedistallo.

È per questo che è andato a Sanremo?

Sì. Al centro di tutto c’è ancora la tv. Non si può vivere come nell’Ottocento (baciamano all’ospite a parte, ndr). Non sono andato a Sanremo per promuovere me stesso, ma la musica. Sono a servizio della musica. Io non sono niente. Anzi, il mio fallimento sta nel non aver aggiunto niente. Quello che rispondo a chi mi dice che si è commosso a un mio concerto è che spero che almeno sia stato in grado di farlo muovere. Spero di incuriosire. Solo così si ascolta altra musica.

Lei è giovane, ha 45 anni, è su Youtube, Facebook e Twitter. È un contemporaneo, non un parruccone. Idiosincrasie con il presente?

Per me i nuovi media sono appunto dei nuovi mezzi per portare la musica a tutti. Perché è di tutti, non solo di chi la scrive. Gestisco ancora da me i miei canali. Quando non rispondo su Facebook è perché sono impegnato. Twitter non l’ho capito. L’unica idiosincrasia che ho è nei confronti del tifo. Non sopporto la tifoseria anche sui social, le cose di pancia. Se pensassimo che la tecnologia in realtà è più veloce di noi, e che siamo sempre un passo indietro, ci rilasseremmo di più tutti. Poi penso che le cose debbano sentirsi nella pancia, salire al cuore e restare nella mente. Si possono anche fare cose di pancia soltanto, ma lasciano il tempo che trovano.

A proposito di condivisione che ne pensa della questione dei diritti d’autore?

Anche in questo caso non ci siamo inventati niente. Come dicevo, la musica è di tutti. Dal momento che la scrivo già non è più mia. È vero che ci sono le questioni legali. Ma questa diatriba sui diritti esiste da Mozart in poi. Purtroppo noi non lo sappiamo perché siamo affetti da una malattia della memoria e abbiamo l’ossessione del nuovo. Le cose esistono solo da quando noi le vediamo. Non ci chiediamo neanche cosa ci fosse prima, cosa ci sia dietro. È come se volessimo risolvere un problema senza avere i dati. Anch’io faccio concerti in tutto il mondo da anni, ma in Italia sembra che sia appena nato. La memoria invece ci rende liberi, anche di esprimere delle opinioni. Saranno più forti se conosciamo cosa pensavano prima di noi.

La memoria lei l’ha persa e ritrovata. Ma dice che aver perso la memoria delle note l’ha anche aiutata a capire che poteva vivere senza…

Dopo l’operazione al cervello ascoltavo la musica, la riconoscevo, ma non la capivo. Ho dovuto imparare tutto da capo. Con grande sofferenza. Già per me l’ascolto è sempre stato doloroso: l’orecchio assoluto mi fa scomporre ogni suono. Ma in quel momento era diventata una cosa impossibile. È vero che ho capito che potevo vivere senza musica. Male, ma potevo.

Cosa fa durante la sua giornata? C’è tempo per altro o solo per la musica?

Mi sveglio presto: alle sei e trenta. Faccio gli esercizi fisici e poi inizio a provare. Ma c’è tempo per parlare con gli amici, anche se fanno altro nella vita. Anche dal suono dell’idraulico puoi risolvere un problema sullo spartito. Cucino: metto su il ragù della nonna e intanto suono. Poi alle 18 passeggiata e birretta al bar da Sasà.

Sta per uscire la sua antologia: And The Things That remain. Cosa resta?

Il titolo non è una risposta, è una domanda. Ma sicuramente ciò che resta è la musica. La musica è trascendente. Altrimenti che senso avrebbe suonare oggi Beethoven? Dopo un concerto resta tutto. In due pagine di spartito c’è un tempo infinito.

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