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domenica 06/08/2017

Rocco Papaleo: “Ho sbagliato con gli spot dei petrolieri. E per Cecchi Gori sono finito in un burrone”

“Il mio massimo lo do come regista, mentre da attore sono un po’ bradipo”

Pantaloncino improbabile, maglietta generica, scarpe da ginnastica, borsa a tracolla. A piedi sotto i 40 e passa gradi di Roma, quando neanche l’ombra ti solleva dallo sfinimento; Rocco Papaleo vaga con la testa in aria per controllare il nome della via. Se c’è un antidivo in versione estiva, e senza età, lui ne è l’incarnazione più alta. “Se posso cammino”. Non è stagione. “E allora cammino più piano”. Ecologista. “Che fa, tocca subito un tasto dolente?”. Lo è? “Tanto ci arriviamo. Dopo.”

Poco divo, e non si offende se la definiscono caratterista.
Mi sento più un entertainer.

Qual è il suo passo artistico?
Non l’ho pienamente capito, sto lì a cercare una novità, altre opportunità, magari trovarle da me. Anche per questo ho iniziato con la regia.

Lei gioca sulla sorpresa, sul “non me lo aspettavo da lui”…
Potrebbe essere una strategia, involontaria.

Quindi ci ha pensato?
Eccome. Dall’essere in disparte si può creare una attenzione maggiore, e non mi va di promettere mari e monti e poi offrire dei laghetti.

Insomma, vola basso…
Il mio non è un esercizio di modestia, è che parliamo di un contesto dove non ci sono valori oggettivi, tutto è opinabile, variabile, a volte vittima di suggestioni momentanee.

Ed è partito da una regione “che è come Dio: esiste ma bisogna crederci”, parole sue.
Adesso un po’ meno, in piccola parte grazie a me.

E grazie al petrolio…
Ecco, ci siamo: lì ho fatto una grande cazzata.

Quale?
La pubblicità per l’Eni.

L’hanno attaccata.
Tantissimo e giustamente, anche se avevo le mie ragioni… (Silenzio per qualche secondo) No, non la dovevo fare, dovevo capire prima; dovevo capire che avrei urtato persone simili a me, quelle che la pensano come me.

Chi sono?
Chi mette l’ecologia e la difesa dell’ambiente al primo posto dei valori. Mi sono lasciato incastrare da una promessa.

Quale?
Allora c’era il governo tecnico, e mi dissero che volevano dare una spinta al popolo a muoversi di più. Una sorta d’iniezione di fiducia, sorriso sulle labbra, con prezzi più bassi per il carburante.

Altro che sorrisi…
Mi hanno massacrato, soprattutto i lucani.

Ci è rimasto così male?
Malissimo. In una trasmissione di Michele Santoro, durante un collegamento, è apparso un cartello con scritto “Rocco Papaleo sei la vergogna della Basilicata”. Improvvisamente ero diventato un bersaglio.

Una situazione rara per lei…
Unica. E poi i miei film raccontano l’opposto, parlano di persone che viaggiano a piedi, altre che ristrutturano un faro. Natura. Uruguay. Mujica…

Mujica le piace?
Sì, in Uruguay ho girato Onda su onda, un mese e mezzo di lavoro, ma non sono riuscito a incontrarlo.

La nazione della marijuana legale.
Provata, ma non sono così esperto da certificarne la qualità, però era forte, mi ha un po’ rincoglionito e ho lasciato perdere. Dovevo girare.

Il terzo film non ha reso come “Basilicata coast to coast”.
Troppo malinconico. Uno deve fare i conti con le attese del pubblico, cosa ci si aspetta da te, mentre a volte non sei autorizzato alla riflessione amara, alla voglia di voler raccontare un disagio. Vince l’ironia.

Quindi?
Il film non pendeva da nessuna parte, un ibrido.

Se ne è reso conto immediatamente?
No, solo quando era troppo tardi. E poi dopo Basilicata l’attesa era veramente alta. Tutto muta…

Lei ammette l’errore, caso raro…
Il discorso è un altro: uno deve comprendere quanto c’è ancora da imparare, quindi sono inutili i paraocchi, bisogna saper accettare il bicchiere mezzo vuoto e provare a riempirlo. Poi non essere passato inosservato è già un successo enorme.

L’hanno notata…
Ho già avuto.

Più di quanto pensava…
Certo che sì! Neanche nei momenti di totale euforia, quando avevo 27-28 anni, potevo immaginare una vita del genere.

Lei è o vuole apparire umile…
Non sempre. E mi ritrovo nella definizione che Daniele Silvestri ha dato di me: “Una via di mezzo tra Paolo Rossi e Paolo Conte”.

Niente male…
Non l’ho detta io, ma Daniele, che ovviamente è una persona moooolto acuta…

Senza dimenticare le sue origini…
Mai. Quel pensiero non mi abbandona: chi sono, da dove vengo. Quando sento il bisogno di un’iniezione di amor proprio, di una botta d’adrenalina, ci penso subito. È un esercizio.

E si stupisce?
Davvero, molto. Ora vivo a Torino e ho il mio primo vero “tetto” metropolitano. Mi capita di passeggiarci dentro, fermarmi, riflettere e dire: “Ho una casa”.

Lussuosa?
No, non esageriamo, è pur sempre rapportata a me. Sono andato in case di alcuni colleghi con situazioni super. Però nonostante questo, godo: avere un appartamento mi dà piacere.

Tipico italiano…
È così, e in fin dei conti sono di estrazione piccolo-borghese, con padre impiegato statale.

Eravate una “delle 100 famiglie del paese con il televisore”, ha raccontato.
A casa mia si vedeva Sanremo, tutti i vicini da noi, e con Canzonissima partiva il toto-voto; divisi nel tifo tra Gianni Morandi, Claudio Villa e Massimo Ranieri.

Lei ovviamente era per Morandi…
Ci mancherebbe. E poi con lui ho costruito un bel rapporto.

È buono come appare?
Sì. È una persona molto carina, non è competitivo, rispettoso, ama realmente il prossimo. Quando vai in giro con lui, è finita: si ferma ovunque, dà retta a chiunque e senza mai scocciarsi.

Il vostro primo incontro…
Dovevamo andare a casa di Adriano Celentano, quindi ci diamo appuntamento alla stazione di Bologna. Scendo dal treno. Mi sistemo. Come accade, cerco di immaginare la scena della stretta di mano, cosa dire; lo penso circondato da un entourage, e invece lo trovo da solo, in piedi, nel piazzale antistante.

Come uno qualunque…
Lui è così. L’altra sera siamo andati a un concerto jazz, sempre a Bologna. Finito lo spettacolo, fremeva: voleva salire sul palco.

E Celentano?
C’è stato un momento in cui sono stato uno dei cinque depositari del segreto supremo: il “cosa” avrebbe portato a Sanremo.

Uno stress…
Divertentissimo. Ed è questo chi mi ha colpito del Festival: essere nel punto di confluenza di tutti i venti.

Come si sopravvive?
Prima che mi precettassero, durante una tournée, avevo avvertito alcuni episodi di ipertensione, quindi a 50 anni era arrivata una mezza pilloletta per controllarla.

Ci mancava il Festival…
Infatti ero preoccupato, mi dicevo: “E ora?”. Ne parlo con il mio amico Giovanni Veronesi e mi spedisce da un neurologo, mi visita, tutto bene. Mi dà solo dei blandi tranquillanti, cacchiate, quasi panacea. Bene. Li provo, funzionano, e per quel mese lì, comprese le prove, li prendo. Due giorni prima del debutto lo chiamo: “Scusi Papaleo, può procurarsi del Tavor ora?” Credo di sì. “Metta due pasticche in tasca. Se sente l’ansia salire, le prenda. Ma si ricordi che lei è dove è essendo se stesso. Arrivederci”.

Un motivatore.
Però quei due Tavor li ho piazzati comunque nella tasca dello smoking. Mai presi. E mi sono piuttosto divertito, mentre la gente si incazzava su tutto e di tutto.

I venti non l’hanno scompigliata…
Li senti ma puoi pure contrastarli.

Ci vuole solidità.
Dieci anni prima non avrei retto. La fortuna nella mia vita è quella di aver salito gli scalini al momento giusto.

Sempre al “momento giusto”?
Con Cecchi Gori avrei potuto girare il mio primo film dieci anni prima di Basilicata…

E invece?
È fallito subito dopo aver firmato il mio contratto. E forse non ero pronto.

Come vi siete conosciuti?
Grazie a Pieraccioni e al mio ruolo nei I laureati. Leonardo ha mentito con Rita Rusic riguardo alla mia età.

Come a un concorso di bellezza.
Eh! Ma avevo 37 anni e nel cast erano tutti più giovani, tutti nella fascia universitaria.

E con Rita Rusic?
Lei è stata fantastica, dopo I laureati mi ha proposto a ogni regista e la storia, o meglio le vicissitudini del nostro primo colloquio, sono diventate il mio cortometraggio.

Cosa è successo?
Mi convoca nella loro villa di Roma. Decido di andare in taxi: un po’ per non perdermi, un po’ per presentarmi ordinato.

Giusto.
Controllo il portafogli, trovo solo undicimila lire, vado al bancomat. Niente. Scaduto. Torno a casa, consulto lo stradario, prendo la bicicletta, becco una salita incredibile, annaspo. Mi fermo davanti a un cancello, non trovo il numero civico, un passante mi spiega che l’entrata era dalla parte opposta. Risalgo in sella. Annaspo sempre più. Sudo sempre più. Mi arrendo. Lego la bicicletta, chiamo un taxi: “Undicimila lire ora basteranno” penso.

E invece?
Altra tragedia. Il tassista parte, trova la strada bloccata per dei lavori, cambia direzione: “Non se preoccupi dotto’”. E mi ritrovo davanti al cancello dell’inizio avventura.

A quel punto?
Disperato lo scavalco e mi perdo nel parco, scopro una vegetazione quasi tropicale, sommerso dai rami. All’improvviso sento una voce che mi indica un vialetto, ma non lo vedo, procedo comunque e cado in un burrone. Precipito.

Lei ha romanzato, lo ammetta…
No! Sono arrivato ridotto un cesso, mi sono chiuso in bagno per tornare più umano.

E Rita Rusic?
Bella, molto bella, brava e simpatica. Però questa storia è diventata un cortometraggio grazie a Giovanni Veronesi che mi obbligava a raccontarla durante le cene ed Enrico Lucherini (agente di molte star) che ha coinvolto Cecchi Gori.

Ha più visto Cecchi Gori?
No, dopo le vicissitudini, no. L’ultima volta credo sia al lancio del film di Ceccherini.

Cosa ne pensa di Ceccherini?
È forte, ha dei guizzi, è come appare; è solo una persona che ha abusato, ma super talentuoso, nella sua condizione normale è un ragazzo fantastico. Cambia quando è fuori di testa, ma lo sa anche lui.

Lei ha dichiarato: “A 14 anni avevo finito gli argomenti con i miei”.
Mi dispiace averlo detto. Comunque è così, anche sul piano scolastico non riuscivano più a seguirmi: quando non avevo voglia di studiare, ma volevo comunque una copertura da parte di mia madre, fingevo di ripetere e sparavo quattro formule chimiche prese a caso. E lei: bravo, bravissimo.

I compagni di classe i suoi primi spettatori?
Ero il buffone. Per carità, a scuola ero pure bravo, ma il buffone. Stessa storia all’università, in particolare nel periodo in cui frequentavo Matematica a Roma, e c’erano esercitazioni di Fisica: a un certo punto, se l’assistente percepiva un calo d’attenzione da parte dei presenti, sistematicamente mi rivolgeva una domanda, io sparavo una cavolata, tutti ridevano, e poi si ricominciava.

Le dispiaceva?
Non vedevo l’ora.

Un ragazzo del sud a Roma…
Per arrivare nella Capitale c’è l’episodio che rivela le mie origini: il primo anno d’università l’ho passato a Cosenza, poi gli amici si sono trasferiti a Roma, d’accordo con i miei ho deciso di seguirli. Il giorno in cui dovevo passare dalla segreteria della facoltà per il trasferimento, mio padre mi ferma: “Rocco, porta una sasiccia…”.

Che?
Una salsiccia! Secondo lui per agevolare le pratiche dovevo oliarlo con un insaccato piazzato sulla scrivania.

Lui orgoglioso della sua professione?
Sì, ma ha visto poco. È morto nel 1989, la sera in cui trasmettevano un episodio di Classe di ferro (celebre telefilm degli anni Ottanta) nel quale ero protagonista.

E sua madre?
La soddisfazione più grande è trovarmi spesso sulle parole crociate. Si esalta. O quando all’Eredità (programma di Rai1) rivolgono ai concorrenti una domanda su di me.

Il massimo…
Sì. Con un “però”: non ho mai chiesto nulla, mai… però mi sono sbattuto per finire sulla foto della prima pagina della Settimana enigmistica. Un sogno.

Realizzato?
No. C’è la fila, dicono.

Lei è religioso?
Per rispondere le offro un esempio: mia madre un giorno è partita per un viaggio a Lourdes, e stava bene; mentre si dirigeva alla fontana dei Miracoli, è caduta e si è rotta una gamba. Insomma, è partita sana ed è tornata ingessata. E lei: “Chissà che cosa mi doveva succedere e mi sono solo fratturata!”. Avere questa fede mi fa un po’ invidia e un po’ rabbia.

Com’è da regista?
È forse il ruolo che mi riesce meglio: normalmente sono un bradipo, mentre quando giro divento posseduto.

A chi chiederebbe un selfie?
Nessuno. Una sera mentre giravo a Milano con Edoardo Leo per Che vuoi che sia, andiamo al ristorante di Armani e troviamo Kevin Spacey. Tutto il gruppo si è catapultato per una foto. Io no. I miti è sempre meglio non avvicinarli troppo.

Altri miti?
Sono tifoso della Roma.

Ha pianto per l’addio di Totti?
Come un bambino. E lacrimo anche davanti alle repliche: lì il capitano ha dimostrato che è il sentimento a guidare, ed è stata una lezione pure per gli attori. Ah, ora c’è De Rossi, uno vero, umanamente di un altra categoria.

Non sente caldo?
Io? Insomma, certo, ma sono pur sempre un uomo del sud…

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