C’era da scommettere che sarebbe successo e infatti il momento in cui per sponsorizzare il Sì al referendum costituzionale si sarebbe parlato anche delle bollette di gas e luce è arrivato: ovviamente, in caso di vittoria del Sì caleranno. La ‘notizia’, per così dire, è sul sito Bastaunsì.it con il titolo “Come la riforma del Titolo V alleggerisce le bollette”. La spiegazione, però, non è chiara. La tesi è che sarà possibile risparmiare grazie alla modifica dell’articolo 117 della Costituzione, che attualmente stabilisce le competenze tra Stato e Regioni ed elenca quali siano esclusive del primo e quali siano quelle ‘concorrenti’, ovvero quelle su cui legiferano insieme. “La scelta della ‘concorrenza’ – si legge nell’articolo – lungi dallo spingere le pubbliche amministrazioni centrali e locali a migliorarsi a vicenda, ha generato un notevole contenzioso, con oltre 8.200 leggi regionali esaminate dal Consiglio dei ministri (che ne ha impugnate circa l’11%) e 800 tra sentenze e ordinanze della Corte costituzionale, con lungaggini giudiziarie, costi incalcolabili, paralisi della Pa, incertezza, ritardo nella realizzazione di opere e infrastrutture, fuga di imprese italiane ed estere”. Le stesse motivazioni erano già state usate per il referendum di aprile sulle trivelle.

L’obiettivo, infatti, è sempre uno: eliminare il ruolo delle Regioni dai processi decisionali. Nel caso specifico, in campo energetico e per Costituzione. “Il ragionamento del comitato non sta né in cielo né in terra – spiega Enzo Di Salvatore, docente di Diritto costituzionale e autore proprio dei quesiti sulle trivellazioni – Le lungaggini non sono dovute alla Corte costituzionale, ma ai procedimenti amministrativi che se sono lunghi, lo sono per ragioni specifiche come la tutela del territorio dal punto di vista ambientale”. La maggior parte dei ricorsi riguarda i Tribunali amministrativi (Tar) a cui ci si rivolge quando si ritiene che siano state prese decisioni contro legge. “Quasi mai, però, il Tar ha concesso la sospensiva del provvedimento di ricerca o di coltivazione degli idrocarburi”, spiega Di Salvatore. Senza contare che tutte le leggi regionali vengono esaminate dal Consiglio dei ministri.

Insomma, con la riforma lo Stato si prende la legislazione esclusiva su “Produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia” con l’obiettivo di far risparmiare ai contribuenti una cifra che, però, i sostenitori del Sì non comunicano (anzi, nell’articolo sono indicate solo le spese per il consumo relativo al 2011 e al 2013). Ma in realtà si tratta di una facoltà che aveva già. L’energia è una materia strategica e lo Stato può già legiferare e adottare provvedimenti amministrativi esautorando facilmente le Regioni: basta lasciar passare un po’ di tempo (cinque mesi) se i governi territoriali non sono d’accordo con quel che ha deciso il governo di Roma. Il caso Tempa Rossa che portò alle dimissioni della ministra Federica Guidi fu proprio un caso di opera dichiarata “strategica” per aggirare l’opposizione di Regione ed enti locali. Qualche concessione ai potere di decisione di Regioni ed enti territoriali era stato concesso dal governo nell’ultima legge di Stabilità. Motivo: aggirare i quesiti presentati contro le trivellazioni petrolifere. Alla fine, dei sei iniziali ne rimase solo uno: “Anche quelle concessioni – dice Di Salvatore – andranno a farsi benedire”. Non è detto, poi, che la riforma determini la fine delle controversie. La divisione per “materia” non garantisce affatto l’assenza di conflitti e in qualche caso (tipo la scuola) il nuovo testo prevede che lo Stato si occupi solo delle “Disposizioni generali e comuni”. In pratica dà le indicazioni generali ma lascia alla Regione il resto. E anche qui sarà sempre la Consulta a dover dirimere.