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lunedì 04/06/2018

Governo, Mattarella e l’omicidio della seconda Repubblica. I tre mesi del giallo di governo Di Maio-Salvini

La notte è appena sfumata nel blu che annuncia l’alba. Lunedì 5 marzo 2018, nello studio del capo dello Stato alla Quirinale. Sergio Mattarella si stropiccia gli occhi venati di rosso, poi passa la mano sulla chioma bianca. Non ha dormito ed è in riunione con i suoi tre consiglieri. Prende la tazzina del caffè e chiede al Primo consigliere: “Mi dica”.

“Presidente, c’è stato il riconoscimento ufficiale: l’identità dei tre cadaveri politici è stata confermata”.

“È come temiamo?”.

“Purtroppo sì e sono anche ridotti male: gli assassini hanno infierito con ferocia”.

I tre cadaveri politici sono la Seconda Repubblica, il Pd di Matteo Renzi e Forza Italia di Silvio Berlusconi. Cinquestelle e Lega hanno trionfato alle elezioni politiche di domenica 4 marzo: rispettivamente 32 e 17 per cento. Il Pd è invece morto al 18 per cento, Forza Italia al 14 addirittura.

Mattarella: “Bisognerà trovare un governo, come faccio? Il mio partito, il Pd, si è ucciso con le sue stesse mani. L’arma del delitto è il Rosatellum”.

Secondo consigliere: “Presidente le suggerisco di indagare con il metodo deduttivo di Sherlock Holmes”.

“Ma io sono solo un arbitro maieutico”.

La scienza della deduzione, diceva Sherlock Holmes, è infallibile: “Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità”.

Pomeriggio dell’11 marzo, sette giorni dopo le elezioni. Il presidente investigatore si china e con una lente d’ingrandimento osserva e scruta alcune palline di colore bianco. I suoi tre consiglieri hanno appena ricevuto segretamente alcuni emissari susperstiti del defunto Pd.

“Ma è polistirolo?”

Terzo consigliere: “No, sono popcorn presidente. Renzi ha deciso che la linea è quella di godersi lo spettacolo e mangiare popcorn. Ha detto che vuole fare l’opposizione e tocca agli altri. Scommette su un governo tra M5S e Lega”.

“Lo immaginavo. Aspettiamo Pasqua per i primi interrogatori delle consultazioni. Nel frattempo vedremo che accordi si faranno sulle presidenze del Parlamento. Dobbiamo avere pazienza. Adesso però ci vuole un forte appello alla responsabilità”.

Il giorno dopo, il Pd celebra il suo funerale e nomina un esecutore testamentario detto reggente, Maurizio Martina. Forse c’è la flebile speranza di tornare alla vita grazie all’ipotesi di un dialogo con i grillini. Ma i necrofili renziani non mollano i cartocci di popcorn.

Il 14 marzo lo stallo delle indagini arriva al decimo giorno e i due vincitori assassini fanno la prima mossa. Il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini si parlano e si spartiscono il primo bottino: le presidenze delle Camere. Salvini è un dritto. È padano. Di Maio un napoletano di provincia, rigido e sempre incravattato.

Il leghista è diventato il nuovo capo della banda storica, il centrodestra, guidata per cinque lustri dal noto pregiudicato Silvio Berlusconi. Salvini vorrebbe che Di Maio gli stringesse la mano per sancire l’accordo sulle presidenze. B. invita pure il grillino per valutare insieme il nome azzurro per il Senato, Paolo Romani, altro condannato, tanto per cambiare. Ma Di Maio dice no a B. e pure a Romani.

Il 23 marzo, di venerdì, si vota. Il pregiudicato non cede sul suo candidato e il dritto leghista se lo gioca nell’urna di Palazzo Madama: i suoi accoliti votano l’azzurra Anna Maria Bernini, rompendo l’unità della banda su Romani. L’ottuagenario Berlusconi vive una notte nera di rabbia. Impreca contro lo sfregio dell’alleato maggiore ma più giovane. Il mattino porta però luce e realismo. Gli interessi privati del pregiudicato non consigliano di staccarsi dal Carroccio del vincitore. È fatta: l’intesa grilloleghista elegge i due presidenti: Elisabetta Casellati, altra forzista, al Senato; Roberto Fico, pentastellato di sinistra alla Camera.

Per i cattolici, il 25 marzo è la Domenica delle Palme. Ventunesimo giorno di stallo. Il presidente investigatore va a messa e benedice il suo ramoscello d’ulivo, poi ritorna al Colle.

Primo consigliere: “Presidente Grillo e Di Maio concordano e dicono che Salvini è uno che mantiene la parola data”.

“Ahimé è l’unico indizio che abbiamo per trovare un governo. Avrei preferito che il morto parlasse (il Pd, ndr). Ma io sono l’arbitro socratico: se populismo ha da essere, populismo sarà. Facciamo passare Pasqua e fissiamo il primo giro di interrogatori”.

Terzo consigliere: “Su quali basi presidente?”.

“Non succederà nulla, ma noi inizieremo a eliminare l’impossibile come suggerisce l’amico Sherlock. Non daremo mai l’incarico a Salvini per un governo di centrodestra”.

Secondo consigliere: “Non solo non hanno i voti, ma dicono che Salvini stesso non lo voglia affatto”.

Il 3 aprile, i giorni dello stallo salgono a trenta. Di Maio getta il cuore oltre la destra e la sinistra, contemporaneamente. Offre un contratto di governo alla tedesca sia alla Lega sia al Pd. Il giorno successivo, l’arbitro investigatore apre il primo giro di consultazioni. Testimoni, complici e indiziati non danno elementi concreti, come previsto. Il Pd continua la sua veglia funebre e spinge Di Maio tra le braccia del capobanda della destra.

Il 12 aprile, lo stallo è a quota 39 giorni. Sherlock Mattarella comincia il secondo giro di interrogatori, stavolta per stringere il cerchio intorno ai due sospettati: il capo grillino e il dritto leghista. “Almeno un innesco di trattativa me lo devono dare”.

Ma il capobanda della Lega è un professionista della politica e del tavolo verde. Bluffa e millanta pure sul suo presunto distacco dal pregiudicato Berlusconi. Al suo nuovo e ingenuo amico, Di Maio, dice: “Porterò la testa di B. al Quirinale”. L’ingenuo riferisce al Colle e l’attesa diventa fremente. In realtà, il dritto della Lega ha rassicurato B.: “Stai sereno sto convincendo Di Maio a fare il governo pure con te e Forza Italia”.

Il gioco non è solo doppio, ma triplo. Il nuovo padrino del centrodestra vuole prendere tempo e aspettare le elezioni regionali di fine aprile in Molise e Friuli Venezia Giulia. L’obiettivo è regolare i conti per sempre con l’anziano boss azzurro.

Risultato: il 12 aprile, il pregiudicato fa uno show al Quirinale inveendo contro gli “antidemocratici” grillini. Ce l’ha soprattutto con Alessandro Di Battista che l’ha accusato per l’ennesima volta di aver finanziato la mafia. Lo stallo delle indagini entra nella sua fase più acuta.

Martedì 17 aprile, quarantaquattresimo dello stallo. Il presidente investigatore raduna i suoi consiglieri: “Qui può succedere di tutto, brancolo nel buio”.

Secondo consigliere: “Presidente è ancora presto per prendere la pistola”.

“Si riferisce all’arma del voto anticipato?”.

“Certo”.

“Lei ha ragione. Dobbiamo stanare il dritto leghista e mettere sotto tutela Di Maio. L’ingenuo è dalla mia parte, si è convertito pure all’atlantismo durante la crisi siriana dell’altro giorno”.

Terzo consigliere: “Va bene, ma ora che facciamo?”.

“Chiamate gli esploratori”.

Gli esploratori sono due e hanno il compito di disboscare, separatamente, due perimetri possibili: quello tra M5S e centrodestra, meglio tra M5S e Lega, e quello tra grillini e Pd. Muniti di bussola e taccuino entrano in azione Casellati per il primo perimetro e Fico per il secondo. Il dritto leghista continua a nascondersi e a fare il doppio gioco sul pregiudicato Berlusconi. L’investigatore del Colle perde la pazienza anche con Di Maio: “Lui e Salvini sono come i ladri di Pisa”. Litigano di giorno e fanno comunella di notte.

Maggio arriva. Ormai se ne sono andati 60 giorni di stallo, al 3 del nuovo mese.

È il momento di tirare fuori la pistola.

Sherlock Mattarella torna a indagare in prima persona. Terzo giro di interrogatori il 7 maggio. Nel Pd è sempre la buonanima di Matteo Renzi a comandare e la veglia funebre coi popcorn è definitiva. Le consultazioni vanno a vuoto e il capo dello Stato intima pubblicamente: farò un governo neutrale per andare a votare, se possibile, nel 2019. Oppure si va alle urne a luglio. Terrore, per chi ha perso le elezioni.

La mossa produce i suoi effetti due giorni dopo, il 9 maggio, sessantaseiesimo dello stallo. Il pregiudicato, circondato dai suoi consigliori storici (vossia Gianni, vossia Fedele, vossia Niccolò) si rassegna e fa il passo di lato. Il capobanda leghista può fare il governo con l’ingenuo grillino. Due colori. Giallo e verde.

Il giorno numero 70 di stallo cade di domenica, il 13 maggio. Di Maio ribalta la Costituzione e antepone il contratto di governo con Salvini al nome del premier. Al Quirinale, l’investigatore aspetta una telefonata. È reduce da due importanti discorsi, a Firenze e a Dogliani, in Piemonte: europeismo e prerogative del capo dello Stato per la scelta dei ministri. Il telefono squilla: “Venite?”. “Sì, domani ma non abbiamo il nome”.

L’ingenuo vorrebbe fare il presidente del Consiglio ma il dritto leghista lo costringe a un nome terzo.

Passa una settimana. Sempre di domenica, 20 maggio. Nel contratto c’è l’uscita dall’euro?

Il telefono squilla al Colle, consuetudine festiva ormai. “Venite domani? Sì, meno male. E chi è Conte? Ma è vero che c’è Paolo Savona?”.

Savona, pilastro dell’establishment diventato rivoluzionario anti-euro. Il dritto Salvini lo vuole all’Economia. Ma c’è di più: il leghista sa che può usarlo per far saltare l’accordo, come ha confidato al pregiudicato azzurro. L’investigatore incarica comunque lo sconosciuto Giuseppe Conte di fare il governo.

Domenica 27 maggio è il giorno numero 84 della crisi. Il presidente interroga tutti al Quirinale: Salvini, Di Maio, infine Conte. Savona è nella lista dei ministri. Sherlock Mattarella dice di no: “Ma perché non pensate a Giorgetti, che è leghista?”. Il dritto Salvini manda Di Maio allo sbaraglio totale: “Il capo dello Stato è colpevole di alto tradimento, bisogna processarlo e dargli l’ergastolo”.

Sguardo cupo, la sera stessa, il presidente si rivolge drammaticamente al popolo e annuncia il governo neutrale. Incarica uno spilungone simpatico e famoso: Carlo Cottarelli. E si può votare già il 29 luglio. Altro panico da urne.

La tragedia del voto balneare sta per compiersi la sera del 29 maggio. Cottarelli va al Colle con la lista dei ministri. Entra e non esce più. Che fine ha fatto?

Il mistero si risolve nella notte: è stato congelato per far ripartire la trattativa gialloverde. Savona finalmente si sposta, Di Maio fa pace con il capo dello Stato e il capobanda leghista va nell’angolo per la prima volta.

Il 31 maggio nasce in serata il governo Conte.

Sherlock Mattarella congeda i suoi consiglieri: “Ve l’avevo detto che avremmo avuto un governo per giugno, vado a dormire finalmente, buonanotte”. Genio d’un presidente. La paura ha fatto 89 (giorni). Viva la Repubblica (Terza).

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