La spinta per fare la pace a Reggio Calabria l’ha data Totò Riina. È venuto qui, si è rivolto ai De Stefano e ai Piromalli per fermare la guerra. Ma l’obiettivo di Totò Riina era quello di portare la ’ndrangheta a fianco di Cosa Nostra nelle stragi”.

Nell’aula bunker per il processo “’ndrangheta stragista”, davanti alla Corte d’Assise, c’è il pentito Consolato Villani, uno dei due killer che il 18 gennaio 1994 sulla Salerno-Reggio Calabria, all’altezza di Scilla, sparò e uccise i carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo su mandato del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e di quello di Melicucco Rocco Filippone. Un agguato per il quale Villani, all’epoca diciassettenne, è stato già processato dal Tribunale dei minorenni: “Ho vissuto delle cose inimmaginabili. Possiamo morire tutti”. Il pentito, un tempo affiliato alla cosca Logiudice, ha ancora paura. Ma va avanti lo stesso e parla del “piacere” che i De Stefano hanno fatto ai corleonesi: “Salvatore Riina aveva messo una buona parola per la pace e i calabresi come i De Stefano, i Garofalo e i Piromalli, gli fecero il favore di uccidere il giudice Antonino Scopelliti” che, in Cassazione, avrebbe dovuto sostenere l’accusa nel maxi-processo a Cosa Nostra. Sull’agguato ai carabinieri, “la storia è quella. Ma il movente no. C’era stata una riunione nella Piana di Gioia Tauro su questi fatti. Si prendevano accordi. Ci fu Peppe De Stefano, soggetti appartenenti ai Piromalli e soggetti come un capo carismatico di Cosa Nostra”.

Il pentito non fa il nome di Graviano, collegato in videoconferenza, ma lascia intendere che il boss di Brancaccio era l’uomo in contatto con Rocco Santo Filippone, capo mandamento della zona tirrenica e zio di Giuseppe Calabrò, l’altro killer oggi collaboratore di giustizia. “La ’ndrangheta partecipò ad alcune azioni eclatanti contro lo Stato ma non mi specificarono mai che l’attentato ai carabinieri era inquadrato in questa strategia”. Molte cose fu Nino Logiudice a spiegargliele quando divenne “santista”: “Tramite il grado della Santa, la ’ndrangheta ha contatti con le istituzioni, discute alla pari con servizi deviati, massoni e politici”. Per il pentito, ci sono “forze dell’ordine e istituzioni che ragionano contro lo Stato”. “Calabrò mi ha detto che dovevamo essere più spietati”. Dopo aver sparato ai carabinieri i loro corpi “li dovevamo prendere e buttarli sotto il guardrail”.

Questo non avvenne. In aula bunker lo ascoltavano le mogli e i figli dei due militari uccisi. Villani non ha chiesto il perdono: “Quello non è possibile, io chiedo pietà e mi inginocchio davanti a loro per quello che gli ho arrecato”.