Renzi e Richetti non si sopportano, ma l’uno (per ora) ha bisogno dell’altro. Le parole di Richetti a Napoli, ospite dell’associazione Pd “Tempismo democratico”, stupiscono solo chi non lo conosce. Richetti non è un fedelissimo di Renzi: gioca a esserlo, perché ora gli fa comodo. “Perché non comprendiamo che in politica la parola data, anche su questioni poco rilevanti, conta, in una stagione così complessa?”. “Non puoi nel giro di sei mesi dire che ci vuole il lanciafiamme e provare poi a gestire un governo a tavolino”.

“Nel Pd manca l’etica della parola data”. “Quando un partito arriva a questo dato di stanchezza e sfilacciamento abbiamo un problema enorme”. “Chi non è consapevole di questo è meglio che cambi mestiere”. Parole inattaccabili, che trattano il Pd per quel che è: un partito agonizzante. E Renzi per quel che è: uno dei “politici” più improbabili della galassia. Tutte queste cose, Richetti, le ha sempre dette. Diceva anche cose molto peggiori, però fuori onda. Poi la lucina si accendeva e lui recitava prima la parte del pidino critico ma fedele e poi, dal settembre 2016, quella del renzianissimo. Lo fa più o meno una volta al mese a Otto e mezzo. Finge di dare ragione a chi critica il Pd. Parte con la litania dei suoi “Avremmo potuto fare meglio di così? Certo. Però…”. E dopo quel “però” sfodera la solita sequela di supercazzole.

Che però Richetti declina meglio di altri, perché a differenza di Renzi è bravo e ci sa fare. Sarebbe stata l’unica alternativa all’agonia autoindotta attuale. E forse lo è ancora. Richetti ha un’ambizione tale da essere disposto a tutto: perfino difendere il Rosatellum, perfino farsi zimbellare sui vitalizi. Due giorni fa, quando il video di Napoli ha cominciato a circolare, si è coperto di ridicolo. Ha sostenuto che quel passaggio fosse decontestualizzato e si è pure dato del matto da solo: “(Renzi) dovrebbe sapere che il tuo capo della comunicazione è matto come un cavallo”. Richetti ha anche detto questo a Napoli: “Farei a testate dal bene che gli voglio”. Figuriamoci se gli volesse male: forse imbraccerebbe il kalashnikov e marcerebbe su Roma. O anche solo su Modena, dove dicono che la rottura tra Matteo & Matteo dipese da fatti privati. Molto privati. Riassunto breve: i due Matteo cominciano insieme e sono i rottamatori più noti assieme a Civati. Poi Civati si stacca. Poi Richetti rompe male (perché?) con Renzi e decide di giocare al pontiere: un po’ Renzi e un po’ Civati.

Durante la campagna referendaria va a Otto e mezzo (c’ero anch’io) e se la cava benino. Renzi, sconfortato dalla pochezza dei Romano che esortavano a votare “sì” facendo venire voglia di gridare “no”, lo riaccoglie nella sua corte. Richetti comincia a scodinzolare come un Rondolino qualsiasi, torna alla Leopolda e gira pure in treno con Renzi. Ogni tanto i due fanno dirette Instagram, quelle che dopo 24 ore per fortuna si distruggono. Una di queste, che racconto in Renzusconi, è emblematica per capire quanto i due si detestino. Renzi non lo sopporta perché l’altro è più bravo (ci vuol poco) e più bello (non ci vuol nulla). L’altro non vede l’ora di fargli le scarpe. È la tarda sera del 3 ottobre 2017. I due sono vestiti uguali: camicia bianca arrotolata, stanchi, appesantiti. Freud, su quella diretta, ci avrebbe scritto un libro. Renzi finge di scherzare ma in realtà lo vessa: gli dice che quando parla lui nessuno ci capisce nulla, gli ricorda sadicamente come stia perdendo i capelli.

L’altro, come Fantozzi col megadirettore, si azzerbina e accetta tutto. Ma ha il ghigno di chi sogna già la vendetta. Per questo, per esempio a Napoli, gli capita di parlare in onda come se fosse fuori onda. O Richetti è scemo, e allora ha deciso di fare il servo sciocco nel momento peggiore di Renzi. Oppure Richetti, che scemo non è, si sta accreditando per quando di Renzi non resterà che Renzi: cioè niente. E sarà allora che il Matteo bravino alzerà il ditino per poi dire: “Io son qua, puntate su di me”.