Non sappiamo quante volte, nel corso della loro carriera, il premier Matteo Renzi, il sindaco di Firenze Dario Nardella e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Luca Lotti, abbiano citato o commemorato Libero Grassi. Immaginiamo molte. L’imprenditore palermitano ucciso dalla mafia nel 1991 per aver detto no al pizzo fa da sempre parte del pantheon ideale del Pd.

Centinaia di migliaia di militanti, elettori e amministratori onesti di quel partito cercano ogni giorno di seguirne l’esempio perché, come ha ben sintetizzato il membro dem della Commissione Antimafia Franco Mirabelli “ricordarlo significa impegnarsi per continuare la sua battaglia e onorare il suo coraggio”. Ai più giovani basta davvero poco per capire chi fosse davvero Libero Grassi. In Rete possono trovare una vecchia clip in cui questo eroe borghese, forte e dolcissimo, riassume in una manciata di frasi la sua idea di legalità. Dice Grassi: “C’è un primato della legge, della politica e della morale. E c’è un primato superiore: quello della qualità del consenso. A una cattiva raccolta di voti corrisponde una cattiva democrazia. La legge la fanno i politici. Se i politici hanno un cattivo consenso fanno cattive leggi. Per questo dobbiamo curare la qualità del consenso”.

La discrasia con le richieste di voto clientelare rivolte due settimane fa da Vincenzo De Luca a 300 amministratori locali è evidente. Da una parte c’è un uomo che sacrifica la vita per un’idea. Dall’altra un guappo di cartone, definito dal premier “paladino dell’antimafia”, che chiede ai sindaci di telefonare agli imprenditori di riferimento – a partire da quelli della sanità – per sollecitare il caporalato del consenso: “Devono portare a votare i loro dipendenti”

A lasciare oggi senza fiato non è però il sistema disvelato. Impressionano invece i fatti seguiti a quell’appello. Tutti, tranne Lucrezia Ricchiuti, nel comitato dei garanti, nazionale e locale, del Pd hanno minimizzato o taciuto. Davanti all’articolo 2 del codice etico dei Dem che recita testualmente “le donne e gli uomini del Partito democratico… rifiutano una gestione oligarchica o clientelare del potere, logiche di scambio o pressioni indebite”, la reazione più forte è stata: “De Luca scherzava”. Il segretario Renzi e il vice-segretario Debora Serracchiani hanno comunicato che loro usano metodi diversi. Nessuno ha sollecitato l’apertura di un’indagine interna. In Parlamento la maggioranza ha invece nominato De Luca commissario della sanità campana. Un incarico anticipato da giorni da un inequivocabile sms di Lotti diretto al senatore cosentiniano Vincenzo D’Anna, proprietario di centri analisi e numero uno di Federlab: “De Luca metterà sul piatto 30 milioni e io ho informato anche voi (soldi per i laboratori privati poi saltati dopo lo scandalo ndr).

Poi l’apoteosi. Lotti, in una Regione che vive di segnali, tiene conferenze sul referendum col figlio di De Luca e va da solo ad Aversa, cittadina un tempo feudo elettorale di Nicola Cosentino, detto Nick O’ mericano. Qui in sala, ci informa l’Huffington post, entra con Stefano Graziano, archiviato dall’accusa di aver ricevuto sostegno nelle urne dal clan Zagaria (ma ancora indagato per voto di scambio “semplice”) e si siede accanto all’europarlamentare Nicola Caputo, sotto inchiesta per i presunti consensi ricevuti dalla camorra. Infine a Caserta arriva pure Nardella. Graziano e Caputo ci sono ancora. Qualcuno in platea probabilmente equivoca. Altri forse capiscono. Di Libero Grassi ovviamente nessuno parla.