“La Russa, Giovanardi, l’attuale ministro dell’Interno, il sindacalista della Lega Tonelli”. Non è un elenco del telefono, ma quello delle persone che dovrebbero mettersi in fila per chiedere scusa. Nel giorno in cui il processo per la morte di suo fratello è a una decisiva svolta – dopo “appena nove anni” – Ilaria Cucchi passa la giornata tra telefono, microfoni e telecamere. Era da molto che aspettava questo momento e, anche se sa che la strada per arrivare alla verità non si è per niente conclusa, può portare a casa, da mamma Rita e papà Giovanni, un risultato importante.

Ilaria Cucchi, chi dovrebbe chiedere scusa?
Tutti quelli che in questi anni hanno insultato Stefano, me e la mia famiglia, che hanno voluto negare quella verità che sosteniamo fin dal principio e che oggi è entrata in aula dopo nove anni di battaglie.

Facciamo i nomi?
Ignazio La Russa, all’epoca ministro della Difesa, che appena venne fuori il ‘caso Cucchi’ si affrettò a difendere l’Arma dei carabinieri. Carlo Giovanardi, secondo il quale mio fratello era solo un povero spacciatore che sarebbe morto non per le violenze ma di inedia e di sciopero della fame. Il sindacalista della polizia e leghista Gianni Tonelli, che parlò di ‘vita dissoluta per le quali si pagano le conseguenze’. E poi l’attuale ministro dell’Interno.

Matteo Salvini.
Non lo nomino neanche.

Non si è scusato per aver detto che un suo post faceva “schifo”, ma ha invitato lei e la sua famiglia al Viminale.
Adesso ha detto che mi riceverà: non mi interessa proprio.

E l’attuale ministra della Difesa, Elisabetta Trenta? Anche lei dovrebbe scusarsi?
No, e di che? Ha annunciato che vuole incontrarmi: sarò lieta di farlo. Io, i miei genitori e il mio avvocato la vogliamo ringraziare.

Dagli atti viene fuori un’annotazione di servizio prodotta dal carabiniere Francesco Tedesco e poi sparita. All’epoca quale fu l’atteggiamento dei vertici dell’Arma?
Il comandante provinciale, Vittorio Tomasone (oggi generale di corpo d’armata, ndr) telefonò a casa di mia madre per farle le condoglianze e per dirle che avevano fatto le loro verifiche interne, dalle quali sarebbe emerso che i carabinieri non avevano alcuna responsabilità nella morte di suo figlio. Mentre oggi sappiamo di una riunione collegiale con le persone interessate e sappiamo che fu quantomeno modificata una annotazione di servizio.

Questo non significa che i vertici sapessero, però.
No, certo. Ma sono sicura che la Procura di Roma vorrà andare avanti, per stabilire – o escludere – che qualcun altro sapesse cosa subì mio fratello in quella caserma.

Si aspettava una svolta come questa?
Ci speravo. Io e la mia famiglia sono nove anni che combattiamo, abbiamo sempre saputo la verità e finalmente ieri è entrata anche in un’aula di giustizia.