Come spesso accade in Italia, il dibattito sullo sciopero contro l’apertura pasquale dell’outlet di Serravalle dimostra soprattutto il distacco dalla realtà di sindacalisti, politici e commentatori. I sindacati che appoggiano questo “sciopero” sono gli stessi che hanno avallato – o non sono riusciti a fermare, nel caso della Cgil – la diffusione di contratti precari che convivono a fianco di quelli stabili del passato. A Serravalle lavorano 2050 persone, quasi tutte dipendono dai singoli negozi, non dal gruppo che gestisce l’outlet, McArthurGlen. Solo chi ha un contratto a tempo indeterminato (spesso part time e su turni, non schiavismo) sciopera sereno. Gli altri lo fanno a proprio rischio e pericolo, sapendo di essere sostituibili alla scadenza del contratto. I sindacati, quindi, incoraggiano una protesta tra chi perde solo un giorno di paga per fare la Pasqua in famiglia e chi è costretto a scegliere tra il ruolo di crumiro e il pericolo di perdere quel poco che ha.

Nel 2011 il governo Monti liberalizza l’apertura dei negozi come misura anti-crisi. L’avversione di piccoli dettaglianti che difendono il proprio fatturato (a danno dei consumatori) ha spinto Regioni e Comuni a inventare nuovi vincoli, subito respinti dalla Corte costituzionale. E allora ci hanno pensato i parlamentari: uno schieramento trasversale ha presentato una legge per imporre la chiusura in 12 festività all’anno, con 6 derogabili (come sempre in Italia le regole nascono con dentro l’eccezione). Ma la legge si è arenata da due anni. Politici e lobby varie dicono che la liberalizzazione non ha funzionato, ma evitano di produrre analisi a supporto della tesi. Intanto il fatturato di società come la McArthurGlen è salito, i lavoratori sono diventati sempre più precari – grazie anche al Jobs Act – e i consumatori hanno imparato a comprare online, dai vestiti ai mobili per arredare casa. I lavori con un orario preciso sono sempre di meno: per milioni di italiani è complicato trovare il tempo perfino di fare la spesa, figurarsi lo shopping. Chiudere i negozi di domenica crea solo ulteriore disagio a chi già ne ha parecchi e spinge verso Amazon, Yoox o Dalani, sempre aperti con un clic.

È quindi una battaglia di principio. Ma quale? La Chiesa chiede di “santificare le feste” e teme la concorrenza domenicale, molti commenti sembrano invece sottintendere che lo shopping non è attività degna della festa. Lo stesso si potrebbe però dire delle partite di calcio, delle sagre della porchetta o del pomeriggio in poltrona a vedere Domenica Live su Mediaset. Arrogarsi il diritto di decidere che la plebe va educata anche nella gestione del suo tempo libero genera paradossi. Con la stessa logica, se proprio si vogliono lasciare aperti i cinema a Natale, bisognerebbe chiudere le sale che proiettano Cinepanettoni, e a chi vuole pranzare fuori la domenica va imposto per legge di andare solo in ristoranti che offrano cibi slow food o almeno biologici.

Il commercio è democratico, si adatta alle esigenze dei clienti. La sfida è adeguare le tutele e le regole (non vietare Uber, ma fargli pagare le tasse, per esempio). Ma è più facile limitarsi a un ruttino di indignazione dopo aver masticato l’agnello pasquale.