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sabato 11/03/2017

Nel bunker del Pd anti-giudici come chez Silvio ai bei tempi

Oggi arriva Tommaso Nugnes, figlio di un politico Pd che si uccise nel 2008. La campagna congressuale renziana nell’èra dell’inchiesta Consip sarà “garantista” - Mutazioni -

Il Lingotto è un bunker. Un fortino ultragarantista. Ma non è una convention di Forza Italia. È l’incipit della campagna congressuale di Matteo Renzi, il Grande Sconfitto del 4 dicembre. La torsione anti-pm del Pd renziano origina, ovviamente, dallo scandalo Consip, che coinvolge babbo Tiziano e altri petali preziosi del Giglio Magico. Così in nome di questo sentimento ormai dilagante oggi a Torino ci sarà Tommaso Nugnes, figlio di Giorgio che si ammazzò a Napoli. Era un assessore comunale del Pd.

Il Lingotto apre alle 17, un’ora prima dell’inizio. Uno dei più puntuali è Claudio Velardi, l’ex lothar dalemiano oggi lobbista e renziano convinto. Ai tempi della prima inchiesta su Alfredo Romeo, Velardi curava la comunicazione dell’imprenditore re dei servizi negli appalti pubblici. Da riformista d’antan, Velardi predicava già dieci anni fa un garantismo in auge solo tra i berlusconiani. E oggi? Allarga le braccia e sorride. “Renzi è sempre stato così”. Specifica: “E meno male che è sempre stato così”. Ma il senso di questa scena ribaltata si compie con il sannita Umberto Del Basso De Caro, sottosegretario alle Infrastrutture del governo Gentiloni. Venticinque anni fa fece una storica difesa in Parlamento dell’allora suo leader di partito: Bettino Craxi. È in prima fila, Del Basso De Caro, al Lingotto. “Sono sempre uguale, cioè garantista”. E Consip? “Non mi pare che Renzi abbia detto ai magistrati di non lavorare, tiene distinti i due piani, politico e giudiziario”.

L’invito a Nugnes scuote persino il plotoncino dei cronisti che seguono l’ex premier. Fin troppo evidente, anche se tecnicamente sbagliato, il riferimento alla precedente inchiesta napoletana su Romeo. “Qualcuno ha visto Nugnes?”. “Non c’è”. “No c’è, mi hanno detto che c’è”. “Viene domani”. Matteo Renzi sale sul palco ma non lo cita. Di più: non fa alcun riferimento ai travagli giudiziari di parenti e amici. In ogni caso è lo stesso Nugnes che commenta sul suo profilo di Facebook l’invito renziano: “Partecipo con piacere, da convinto militante e giovane amministratore del Pd, all’iniziativa del Lingotto, anche nel ricordo dell’impegno politico svolto da mio padre, con grande passione e generosità. Ringrazio Matteo Renzi per la sensibilità verso una storia dolorosa che portiamo ancora dentro di noi. La nostra è una storia di un impegno nei municipi, nella comunità locale, luoghi in cui si incontrano persone con le loro storie e con le loro difficoltà. Nessun salotto buono: solo fatica, sudore e tanta umanità!”.

È la parte finale quella che però va a segno, in questo nuovo clima: “Purtroppo, le condanne spesso arrivano dalle prime pagine dei giornali, senza alcuna garanzia per gli indagati. Il mondo dei mass media deve interrogarsi sulla responsabilità da mantenere a tutela della dignità delle persone e del rispetto scrupoloso della verità”.

Quando Renzi finisce di parlare l’enorme bunker del Lingotto un po’ si svuota. Pipì. Sigarette. Bar. David Ermini indossa l’impermeabile ed esce. È il responsabile giustizia del Pd. Ieri sera ha tenuto la relazione introduttiva al tavolo sui diritti e la legalità. “Guardi che Renzi su questa vicenda Consip è di una serenità che non immaginate neanche, credetemi. Il figlio di Nugnes viene perché fa parte della nostra comunità politica. Non c’è nulla di strano”. Ermini va via ed ecco un forte brusìo in lingua napoletana. È la corte di Vincenzo De Luca che sbarca al Lingotto. In ritardo. C’è anche il figlio Piero, che i bookmakers danno per capolista blindato alle prossime politiche. I pensieri di Piero vanno altrove: “Peccato stasera sarei voluto andare a vedere Juve-Milan, mi parlano tutti di questo stadio fantastico”. Chissà magari potrebbe essere un’idea futura per Salerno, sede del Principato dei De Luca, padre e due figli, Piero e Roberto.

Ad ascoltare Renzi c’è anche Stefano Graziano, casertano. È appena uscito da un’inchiesta pesante su politica e clan. “Nel mio caso la giustizia ha funzionato ma anche la gogna mediatica”. Forse oggi Graziano parlerà. Di sicuro l’ha fatto ieri sera al tavolo presieduto da Ermini. Il suo pallino, dopo la vicenda vissuta, “un vero calvario”, si richiama alla tradizione anglosassone: non divulgare l’avviso di garanzia ai media. Spedirlo, cioè, solo agli indagati, senza alcuna forma di pubblicità. Qualora, poi, ci dovesse essere il rinvio a giudizio, la notizia può essere data ai giornali.

Si consuma così la prima giornata del Lingotto ’17, di venerdì. Ma la sfiga non c’entra niente.

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Lo sberleffo

Il ‘partito del Paese’. L’ideona di Martina

Un primo cambiamento effettivamente c’è già stato: “Ci ritroviamo al Lingotto per un Pd capace di guardare al futuro. Per un partito delle nuove generazioni, che offra una prospettiva forte al Paese. Anzi, il partito del Paese, che si assume la responsabilità della sua funzione nazionale”. Il ministro Maurizio Martina – per chi non lo conosce, il più frizzante tra i dirigenti democratici – porta tutto il suo peso culturale nel nuovo corso del Pd: non più il Partito della Nazione immaginato da Matteo Renzi con l’apporto dei “compagni” già berlusconiani Angelino Alfano e Denis Verdini, ma il “Partito del Paese”, il quale “si assume la responsabilità della sua funzione nazionale”. E qui si vede la sua qualità di uomo di vera sinistra: la funzione nazionale come fu per il Pci e, tornando ancora più indietro fino a Stalin, “il comunismo in un solo Paese”, a realizzare il quale serve appunto il “Partito del Paese”. Diavolo di un Renzi, sembrava in difficoltà e invece s’è guadagnato il favore di un intellettuale che è riuscito a dare finalmente una forma colta al suo approccio innovativo al potere. Il “Partito del Paese” era la formula che mancava a un leader che in sostanza governa l’Italia facendola girare attorno a un solo paese: Rignano sull’Arno.

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