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giovedì 14/07/2016

Bernardo Provenzano, la pm del pool che lo arrestò: “Lasciato morire così per poter attaccare il 41-bis”

Parla Marzia Sabella, magistrato che insieme Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino ha coordinato nel 2006 la cattura del capo di Cosa Nostra
Bernardo Provenzano, la pm del pool che lo arrestò: “Lasciato morire così per poter attaccare il 41-bis”

“Sul 41-bis c’è stato un abuso in due sensi negli ultimi anni: troppi detenuti al carcere duro, molti di più rispetto al periodo delle stragi, e troppo difficile la revoca anche quando non ci sono più i presupposti, probabilmente come nel caso di Bernardo Provenzano”. Marzia Sabella, oggi consulente della commissione parlamentare Antimafia, è stata pm nel pool investigativo – con lei Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino, ora alla Procura di Roma – che è arrivato all’arresto di Provenzano. “Sia chiaro che inoltre il 41-bis non funziona come dovrebbe, non tutte le carceri sono idonee a rendere effettivo il regime speciale”.

Proprio per lei che l’ha arrestato, Provenzano, prima di morire, è stato tenuto al 41-bis troppo e ingiustamente, quindi?
Premesso che non posso dirmi dispiaciuta per la sua morte. E premesso che non conosco le ultime perizie. Ma al di là del decadimento fisico il punto è il decadimento intellettuale. Il 41-bis è una “misura preventiva” non una pena accessoria, serve per non far comunicare il mafioso con l’esterno, per non permettere di dare ordini. Aggiungo che Provenzano da latitante era il capo di Cosa Nostra in luogo di Totò Riina, ma una volta arrestato, con entrambi in carcere, gli ordini spetterebbero a Riina e non a Provenzano. Anche di questo aspetto, alla luce delle condizioni di salute, si sarebbe dovuto tenere conto.

La Cassazione ha stabilito che al 41-bis Provenzano aveva più possibilità di sopravvivere, grazie a “cure dedicate”.
Le cure dedicate spettano a qualunque detenuto, non si può strumentalizzare il 41-bis per curare meglio. Se il 41-bis non si utilizza per la sua vera finalità è destinato a finire: prima o poi la Corte europea dei diritti dell’uomo presenterà il conto. Per esempio tenere al 41-bis magari per vent’anni anche il peggiore killer di mafia che uccideva eseguendo ordini, non impartendoli, non ha nessun senso. Né è uno strumento che serve a determinare una collaborazione con la giustizia.

Il caso Provenzano, secondo lei, sarà utilizzato per attaccare e cercare di smontare il 41-bis?
Sì, probabile che la vicenda possa creare una falla.

Cosa ricorda dei giorni della cattura nel 2006?
Dopo tanta terra bruciata e fiancheggiatori arrestati, avevamo azzerato tutte le piste. C’eravamo già andati vicini prima, ma senza risultati. Sono rimasta incredula fino alla telefonata di Renato Cortese (all’epoca alla Catturandi della mobile di Palermo, ndr): l’uomo preso a Montagna dei cavalli era lui.

La più grossa delusione?
Nel settembre del 2004 avevamo saputo che si sarebbe presentato a un appuntamento, era tutto pronto, ma non ci andò.

E, comunque, era ritornato proprio a Corleone…
La prima traccia che fosse a Corleone l’abbiamo avuta alcuni mesi prima dell’arresto. Da una conversazione fra i suoi fratelli, che chiedevano al nipote Carmelo Gariffo “ma iddu ancora qua è?”. Quella frase fu la vera svolta. Gariffo gestiva il traffico dei sacchetti e dei pizzini che da casa di Saveria, la consorte di Provenzano, arrivavano al covo.

Quanto durò l’operazione?
Qualche giorno. C’erano le elezioni. I ragazzi della polizia si appostarono in una collinetta davanti Montagna dei cavalli. L’11 aprile 2006 una mano prese dall’interno una ciotola di ricotta (nella masseria dove il padrino è stato arrestato si producevano ricotte, ndr) e l’operazione scattò.

Che uomo ha trovato?
Lo abbiamo interrogato nove giorni dopo l’11 aprile. Sembrava un pensionato smarrito. Non sembrava la faccia del male. Pensai “ma com’è possibile che questo vecchietto abbia fatto quello che ha fatto?”. Invece, quando gli sentii pronunciare le generalità e vedendo con quale reverenza si comportava, capii cosa rappresentava. Difficile da spiegare a parole, ma sembrava il rappresentante di un altro Stato, l’anti-Stato. Mostrava lo spessore del capo di Cosa Nostra.

Ora resta Matteo Messina Denaro. Lo prenderanno?
Prima o poi… ma è più difficile, non è legato al territorio come Provenzano ed è più amato di Provenzano, che era considerato un avido. La Cosa Nostra di Messina Denaro per i suoi affiliati è una società di mutuo soccorso. O ha cambiato totalmente vita o è ancora in Sicilia.

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