Tutto è iniziato col 40% nel 2012. Abbiamo vinto col 40% nel 2014. Ripartiamo dal 40% di ieri!”. Il tweet che prova a dare la linea del Day After arriva alle 15 e 47 di ieri da Luca Lotti, allo stato ancora formalmente sottosegretario a Palazzo Chigi, ma soprattutto braccio destro (e pure sinistro) di Matteo Renzi da sempre. Significa ripartenza, rivendicazione dei 13 milioni e mezzo dei voti del Sì, rilancio. E tradotto – nei fatti – dovrebbe significare pure che alla fine il quasi ex premier non mollerà la guida del Pd, ma lo lancerà verso le elezioni il prima possibile.

Il condizionale è d’obbligo. La botta per Renzi è arrivata forte. Una sconfitta netta, nettissima, rispetto alla quale le scelte sono difficili, complicate, incerte. Lo sfogo nella notte, i messaggi mandati ai vicinissimi, che lasciavano trapelare la voglia di lasciare del tutto, non solo il governo, ma anche il Pd. Addirittura la vita politica. La ricerca di una via d’uscita, personale, oltre che politica, non è facile. Fermissima la posizione sul governo: Renzi lo va a spiegare a Sergio Mattarella, ieri mattina, che lui a capo del governo non ha nessuna intenzione di rimanere. E che garantire l’approvazione della legge di Bilancio va bene, ma solo se avviene in tempi rapidi. Ma anche con lui va oltre: “Sto pensando di lasciare il Pd”, avrebbe detto pure al Capo dello Stato. Il quale gli ha chiesto di “non abbandonare la vita politica”, di “seguire” il congresso dem. Il maggior partito italiano senza timone fa paura. La scelta sulla segreteria del Pd è cruciale. Per l’adesso e per il dopo.

Renzi ha considerato tutte le ipotesi, già a urne appena aperte. La prima, quella di fare come dopo la sconfitta alle primarie contro Pier Luigi Bersani: dimettersi da tutto, anche dalla guida del Pd, lasciare gli altri a sbrogliarsela senza di lui per tornare magari dopo un po’ e partire alla riscossa e alla riconquista. In passato, è stata una mossa vincente. Ora è diverso: dopo quasi 3 anni di governo è un leader ammaccato, con più di metà del paese che non lo sopporta. Andarsene, potrebbe dire non tornare più. Ma anche la seconda ipotesi comporta dei rischi: restare alla segreteria del Pd significa esporsi al logoramento da parte dei nemici interni farsi tirare dentro la dinamica politica del post-referendum. E dunque, appoggiare un governo, giocare un ruolo nella legge elettorale che va fatta. Tutte cose che Renzi non ha nessuna voglia di fare.

Ma per tutta la giornata i suoi – Lotti, ma anche Maria Elena Boschi, e poi Graziano Delrio e Dario Franceschini – gli hanno chiesto di restare. Come tutti quelli che ancora si possono definire “renziani”. Lui mantiene delle riserve. Ma la strategia si va delineando: alla direzione convocata per domani (ore 15), Renzi si presenterà con una relazione durissima. Accuserà la minoranza di aver sabotato il referendum. Farà pesare quel 40% di voti del Sì, come voti prima di tutto suoi e poi del Pd. D’altra parte, gli istituti di sondaggi li stanno pesando: e la percentuale dei voti dem si aggira intorno al 70-80%. Chiamerà il congresso il prima possibile, magari già a gennaio. E poi lancerà il partito verso le elezioni. Se ci riesce già a febbraio o a marzo.

A quel punto, chi sta a Palazzo Chigi diventa quasi irrilevante per lui: dovrà gestire l’esistente e fare un sistema elettorale. Cosa complicatissima, però. L’idea di Renzi sarebbe quella di aspettare la sentenza della Consulta sull’Italicum (a febbraio) e di fare poche correzioni rispetto al sistema che verrà designato. La faccia sul proporzionale non ce la mette. Lo spiegava Matteo Richetti ieri sera a Otto e mezzo: “Niente dimissioni di Renzi. D’altra parte, il Pd aveva già lanciato il percorso congressuale”. Ancora: “Il Pd di molte cose può aver paura ma non delle elezioni. Siamo pronti ad andare al voto rapidamente”.

Questo percorso ha delle evidenti incognite. Prima di tutto i tempi per fare una legge elettorale, che potrebbero essere ben più lunghi. Le elezioni, dunque, potrebbero slittare ad aprile. E poi, la fedeltà del Pd. Nessuno pare intenzionato a chiedere le dimissioni da segretario. Renzi potrebbe persino metterle a disposizione e chiedere al Pd di esprimersi.

Ieri in Transatlantico è riapparso Franceschini, l’uomo delle trame e dei ribaltoni. Ha parlato a lungo con Ettore Rosato, capogruppo “prestato” a Renzi: loro le dimissioni non le chiederanno. E poi c’è la minoranza. Neanche loro chiederanno il passo indietro. Su tutti Bersani: “È ora di comprendere finalmente che l’alternativa tra sinistra e destra si gioca nel profondo della società. L’establishment viene dopo”.

Domani, comunque, sarà il primo passo. Poi, iniziano i combattimenti: al Congresso contro Renzi potrebbero presentarsi tanto Roberto Speranza, incoronato da D’Alema, che Andrea Orlando o Michele Emiliano, il governatore della Puglia che si è schierato con forza per il No. E sullo sfondo c’è sempre la scissione: con la sinistra dem che esce dal Pd.