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lunedì 05/12/2016

La Carta ha vinto col 60%. Al voto 34 milioni di italiani

Risultati - Affluenza altissima vicina al 69%. Sono circa 20 milioni i voti contro la riforma Boschi-Verdini, 5 in più dei Sì che vincono solo in Toscana, Emilia e Trentino

Ha vinto il No. E ha vinto bene. Ha perso Matteo Renzi. E ha perso male. Questo dicono i numeri e i voti: quando lo scrutinio è oltre il 50% dei voti i No sono quasi uno su sei, un’enormità. Anche perché – sulla valanga istituzionale innescata dal referendum – pesa in primo luogo un dato numerico che è anche squisitamente politico: un’affluenza che per un referendum non si vedeva da oltre vent’anni, dalle consultazioni radicali del 1993, trainate dal referendum sul finanziamento pubblico dei partiti, che portò alle urne il 77% degli elettori.

Ieri ai seggi sono andati quasi 34 milioni di italiani – il 69% circa del corpo elettorale – per votare sulla riforma costituzionale proposta dal governo di Matteo Renzi ed era già una buona notizia: per questo patrimonio di partecipazione dobbiamo paradossalmente ringraziare proprio il presidente del Consiglio, che ha trasformato la consultazione in un’ordalia sul suo esecutivo, costringendo molti italiani a schierarsi.

La seconda buona notizia – buona notizia almeno per noi del Fatto, assai meno a Palazzo Chigi – si fa chiara nella notte: gli italiani hanno respinto in massa la riforma scritta da Maria Elena Boschi, Denis Verdini e soci. L’idea di perdere il diritto di voto per il Senato e passare in buona sostanza la funzione legislativa dal Parlamento al governo non hanno fatto abbastanza proseliti, nonostante le energie e i milioni di euro spesi dal premier e dal Pd per convincerli del contrario. Gli italiani, peraltro, non solo hanno respinto la riforma, lo hanno fatto in un numero tale che rende definitivo il fallimento politico dell’operazione di Palazzo tentata da Matteo Renzi su mandato di Giorgio Napolitano, la cui fragile eredità politica svanisce nella notte che ha condotto l’Italia al 5 dicembre. Alla fine sono oltre sei milioni in più i voti di chi ha bocciato la riforma: i Sì, circa 13 milioni e mezzo, vincono bene solo nella provincia di Bolzano (nettamente) e sembrano avanti di poco in Toscana e Emilia Romagna. Il resto è un pianto, specie al Sud.

Risultato netto, dunque, i cui contorni andranno studiati con cura. A partire dall’affluenza: alta, molto, se si pensa che al referendum costituzionale di dieci anni fa che bocciò la cosiddetta devolution di Berlusconi e Bossi – riforma non a caso assai simile a quella di Renzi – si presentò solo il 52,4% degli aventi diritto, vale a dire 25,7 milioni di italiani.

Altissima la partecipazione nel Nord Italia, ma non bassa neanche nel Mezzogiorno, dove storicamente si vota di meno. Grandi numeri in Lombardia, ma soprattutto in Veneto, dove il Pd è ridotto ormai a un partitino residuale e infatti i No volano verso il 62% col 76,6% di affluenza, la più alta. Notevole che – anche se stavolta non c’era quorum – per la prima volta da molto tempo in tutte le Regioni italiane è stato superato, e in scioltezza, il 50% degli aventi diritto.

Questi numeri dicono una cosa ulteriore. Evidentemente – al di là del merito della riforma, assai poco frequentato anche da Renzi – il voto è stato pienamente politico e i bacini elettorali dei vari partiti hanno retto. Tradotto: il premier non è riuscito a prendersi i voti degli altri, almeno non in misura sufficiente visto che la sua potente e ricca macchina elettorale ha comunque messo assieme 13 milioni e mezzo di voti. Come detto, ahilui, sei milioni abbondanti in meno delle schede che chiedevano una bocciatura della riforma su cui Renzi ha deciso di giocarsi tutto. Le prime analisi sui flussi (degli exit poll) rivela che la grande maggioranza degli elettori di Forza Italia, Lega e M5s si è mossa come chiedevano i partiti.

D’altra parte è stato lo stesso Renzi a mettere in gioco il suo governo e la sua carriera nella competizione finendo per ingolosire le opposizioni, soprattutto dopo la scoppola – mai ammessa – rimediata alle Comunali di giugno: hanno visto l’opportunità di buttarlo giù e l’hanno usata. Fortunatamente, per quella che chiamano eterogenesi dei fini, hanno finito per salvare la Costituzione dallo scempio.

Breve nota sul voto estero. Le veline di Palazzo Chigi – che propalavano una affluenza al 40% con 1,6 milioni di voti – si sono rivelate false esattamente come Il Fatto aveva scritto sabato: affluenza al 30,8% con 1,25 milioni di voti arrivati nell’hangar di Castelnuovo di Porto, vicino Roma. Tra gli italiani all’estero, come previsto, alla fine sembra aver vinto il Sì largamente. Visti i numeri dei votanti in patria, però, lo sforzo (assai costoso) per convincere gli emigrati non è servito a granché.

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Una nuova legge elettorale proporzionale che superi l’Italicum e poi le urne. Questa – secondo Adnkronos – la road map tracciata da Silvio Berlusconi dopo la bocciatura della riforma costituzionale e l’annuncio delle dimissioni di Matteo Renzi. Secondo quanto ricostruisce l’agenzia, l’ex premier si farà promotore di “un tavolo con tutte le forze responsabili per cambiare la legge elettorale” per preparare voto. Berlusconi, dopo aver votato a Roma, ha seguito lo scrutinio ad Arcore insieme ai collaboratori più stretti. Il leader di Forza Italia è comprensibilmente soddisfatto ed è “convinto di avere tutte le carte in regola per sedersi al tavolo delle trattative da protagonista”.

Oggi sono attese le sue prime dichiarazioni ufficiali, mentre domani l’ex premier tornerà a Roma per cominciare a tessere l’ennesima trama della sua carriera politica ultra ventennale.

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