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martedì 12/07/2016

Rosaria Capacchione: “Indagati in platea? Il Pd al Sud permette di tutto”

A Caserta ad accogliere la Boschi due sotto inchiesta per camorra: “Io l’avrei messa in guardia”

Non c’ero perché stavo a Castelvolturno a un’iniziativa antirazzista del Festival dell’Impegno, a maggior ragione dopo l’omicidio di Emmanuel a Fermo. Se avessi saputo chi c’era, però, avrei trovato il tempo di passare. Per mettere in guardia il ministro sull’inopportunità di certe presenze”. Sulla vicenda dei due politici Pd indagati di camorra, a Caserta all’inaugurazione della campagna per il Sì con la Boschi, la senatrice dem Rosaria Capacchione la tocca piano. E annuisce, tra le righe, alla considerazione che il Pd non può rinnovarsi. Almeno finché avrà bisogno di portatori di voti per superare lo scoglio referendario.

Perché avrebbe dovuto avvertire lei la Boschi?

Non credo proprio che il ministro sapesse la storia delle persone in sala. Mica li conosce.

Si tratta di un sindaco e un ex sindaco di Comuni importanti, Casapesenna e Marcianise. Forse spettava al commissario Pd di Caserta, il senatore Franco Mirabelli, milanese, capogruppo in commissione Antimafia. Che però afferma: “Non mi risulta che quei due siano indagati”.

Forse il commissario dovrebbe leggere qualche giornale campano. Gli sarebbe utile.

Renzi ha inviato il commissario a Caserta e ha annunciato il lanciafiamme a Napoli. Ma si fatica a intravedere un rinnovamento.

Sono colpita dal metodo dei due pesi e delle due misure. L’indagato Stefano Graziano (consigliere regionale, ndr) è stato caldamente invitato ad autosospendersi dal Pd e a scomparire dalla vita pubblica. Gli indagati De Rosa e Fecondo, stesso capo di imputazione (concorso esterno in associazione camorristica, ndr), nulla. Le regole dovrebbero essere uguali per tutti. Da presidente della commissione provinciale di garanzia, poi, non ho ancora notizie di un contenzioso che riguarda proprio il sindaco di Casapesenna De Rosa e che è esploso a gennaio, col deposito delle intercettazioni che lo riguardano.

Cosa c’entra la commissione di garanzia?

In quelle intercettazioni emerge che un ex sindaco di Forza Italia, imputato di minacce e di fatti di camorra, ha sostenuto De Rosa alle Amministrative del 2014. A prescindere da eventuali ipotesi di reato mi chiedo: è normale che uno di Forza Italia concordi la campagna elettorale col candidato Pd? Vorrei studiare la vicenda con attenzione.

Che succede dopo?

De Rosa mi ricopre di insulti. Alcuni iscritti mi chiedono l’espulsione di questo signore. Io ovviamente mi spoglio della pratica e la passo alla commissione regionale. Non ne ho saputo più nulla.

Poi scoppia il caso Marcianise.

Faccio solo notare che per statuto il candidato sindaco viene scelto dalle primarie o dall’assemblea. E subisco un linciaggio da persone vicine a Graziano, prima del suo avviso di garanzia, e dai supporter di Velardi, sostenuto da Fecondo. La commissione viene svuotata e ancora sto aspettando che qualcuno difenda un organismo che ha solo un compito: verificare l’aderenza al codice etico e allo statuto. Mi hanno persino accusato di aver adottato decisioni mafiose solo perché non ero in linea. Devono ancora spiegarmi le differenze tra le posizioni di Graziano e degli altri.

Forse Graziano non è un capobastone e il Pd non può fare a meno di chi i voti li tiene davvero e li può spostare su qualsiasi candidato e qualsiasi campagna?

Non lo so, questo lo dice lei. Io sono molto annoiata. Mi chiedo se a Bologna fosse entrato un sospettato di mafia, in un circolo Pd dove sta parlando un ministro: lo avrebbero lasciato lì o lo avrebbero allontanato? Credo lo avrebbero cacciato. Ma qui siamo al Sud, a Caserta, tutto è consentito, la morale si è slabbrata.

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Già il dibattito di per sé non è particolarmente appassionante: sfidiamo qualcuno a trovare un italiano interessato alla questione dello spacchettamento, ovvero la “divisione” in più parti del quesito che ci troveremo davanti al referendum costituzionale.

Eppure, sarà la calura estiva, a Repubblica non solo si appassionano parecchio alla faccenda, ma hanno pure le traveggole. Domenica, per dire, erano convinti che fosse cosa fatta e hanno arruolato perfino il premier: “Non sarò io a dire no”, diceva Matteo Renzi. In basso a pagina 11, per i cultori della materia, era già pronto l’elenco dei cinque quesiti che gli elettori avrebbero trovato sulla scheda del referendum.

Nella notte però qualcosa dev’essere cambiato. L’ipotesi che il giorno prima “stava prendendo quota”, d’un tratto, lunedì “si allontana” e “diventa sempre più una chimera”. L’articolo elenca la lunga serie di ragioni per cui cambiare il quesito è una missione impossibile perché di mezzo ci sono la Cassazione e la Consulta. “Fattori esterni”, li chiamano. Peccato che la realtà, ogni tanto, si intrufoli in maniera così fastidiosa tra una riunione di redazione e l’altra.

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