“La prossima volta celebrate la messa?”, butta lì qualcuno. Proprio al Tpo. Ma non è solo una battuta quando ieri sera nello storico centro sociale di Bologna arriva l’arcivescovo. C’è un attimo di silenzio quando Matteo Zuppi – “don Matteo”, lo chiamano i ragazzi – entra nella sala. Giacca a vento, clergyman come un parroco. C’è qualcosa che sfugge a una definizione: “Rispetto!”, azzarda Roberto che da anni bazzica il Tpo.

L’arcivescovo rompe subito il ghiaccio: “Sarebbe stato strano se non fossi venuto. Se la gente che dialoga fa notizia, siamo messi male”. Non teme di essere strumentalizzato? Zuppi sorride, scrolla la testa: “Il Tpo che fa propaganda al Papa? Noi che facciamo pubblicità al centro sociale?”. Poi scherza con i ragazzi del Tpo: “Vedete che qui in sala ci sono parecchi sacerdoti, tranquilli, non facciamo incursioni. Non siamo venuti a benedire!”. Zuppi è schietto: “Su certi argomenti pensiamo le stesse cose, su altri no. Ma cerchiamo ciò che ci unisce. E ci sono tanti problemi concreti che dobbiamo affrontare e ci costringono a ricollocarci nel mondo di oggi. Rendono antiche le nostre posizioni”.

Cita le encicliche, Zuppi, e nessuno fiata. Sottolinea quelle parole: “Iniquità”, “Ingiustizia”. Di nuovo sdrammatizza: “Una volta si diceva che la religione è l’oppio dei popoli. Oggi questo Papa è un anti-anestetico. Risveglia”.

Nella sala, strapiena, due mondi si incontrano: la Chiesa e il mondo dei centri sociali bolognesi. Lo vedi nelle persone che si mischiano: i ragazzi che per anni hai incontrato ai cortei. E i sacerdoti, la gente di parrocchia, del quartiere Porto-Saragozza; qui dove la città diventa periferia, dove crescono palazzi disordinati. Periferia sì, ma bolognese, che in questi giorni sa di primavera e campi. E si confondono anche i simboli: il libro del Papa (edito da il manifesto, quotidiano comunista, ed è presente Luciana Castellina) sul banchetto. Accanto a un volume sul 1968.

A colpire non è il contrasto, ma proprio che il contrasto non si avverta più. “Diritti”, “Lavoro”, “Pace” è scritto a caratteri cubitali sui muri dai ragazzi del Tpo. Sono le stesse parole che Zuppi e tanti preti di strada – qui al Tpo è venuto tante volte don Gallo – pronunciano a messa. Sono ancora le stesse parole che usa Domenico Mucignat, una delle anime del Tpo: “Ci unisce il desiderio di aiutare gli ultimi… di lottare anche… di affrontare le contraddizioni”. Mucignat che ieri sera parlava di quel passo del Vangelo “in cui i discepoli prendono il frumento in un campo per darlo ai poveri”. E non sembra stupita di esserci nemmeno Luciana Castellina: “Il Papa parla della società che rende schiavi. Condanna la mitizzazione dell’efficienza”.

L’occasione è stata il libro di Francesco sui Movimenti Popolari. Ma il merito vero è di Souf, un ragazzo gambiano in cerca di accoglienza. Era finito a dormire sulle panchine della stazione di Bologna. La Curia non riusciva a trovargli sistemazione. Lo hanno ospitato i centri sociali. “Ci ha colpito – prosegue Mucignat – l’atteggiamento di Zuppi verso migranti e poveri”. Ma il dialogo con le istituzioni, con il centrosinistra? “Alcuni, quelli di Governo, ci trattano peggio della destra”.

Accade al Tpo di Bologna. Come era avvenuto a Roma dove le tute bianche, i disobbedienti dei centri sociali, avevano scritto a Francesco. E avevano ottenuto la risposta che da altri non arrivava.

Zuppi parla: “Il denaro, dice il Papa, ci deve servire, non governare… a qualcuno dà fastidio l’etica, dà fastidio che si disturbino i manovratori”, i signori dell’economia. Dietro Zuppi c’è la scritta “No borders”. Ci volevano forse i migranti per far capire che i vecchi confini non ci sono più. Anche quelli nelle nostre città.