Salvatore Bragantini, da ex commissario Consob che idea si è fatto della speculazione di Carlo De Benedetti sulle banche popolari grazie alle informazioni ricevute dall’allora premier Renzi?

Non se ne sa ancora abbastanza ma una cosa si può dire. È stato un comportamento sconveniente, non so se si è trattato di un reato. Commerciare su base di informazioni privilegiate e non note al pubblico è un reato, ma la Procura di Roma ha ritenuto che non ci fosse alcun profilo di reato e ha chiesto di archiviare.

Cosa c’è stato di sconveniente?

Anche quando non era reato, comprare e vendere titoli in base a informazioni non pubbliche era ritenuto poco consono a un sistema di mercato ben funzionante, che allora non c’era. Pensi che negli anni Ottanta, Franco Piga, da presidente Consob, disse che non si sarebbe mai potuta introdurre in Italia una norma contro l’insider trading perché il mercato avrebbe smesso di funzionare! Allora succedeva che durante i cda in cui si prendevano decisioni, qualcuno sparisse alcuni minuti per telefonare al suo broker. Le persone dovrebbero comprare, negoziare e vendere sulla base delle stesse informazioni. È una norma sociale prima che giuridica.

Questo per quanto riguarda il finanziere, De Benedetti, nello specifico. Ma il politico che prende decisioni con ripercussioni finanziarie come deve comportarsi?

Fa parte della sfera di azione del politico parlare con altri soggetti. E anche dopo aver preso la decisione può sentire il bisogno di confrontarsi con qualcuno. Non si può imporre al politico di non parlare con nessuno di questioni rilevanti per i mercati. Ma è un equilibrio delicatissimo, bisogna stare attenti a cosa si dice e a chi. Quando ero commissario Consob arrivammo a scrivere un richiamo al ministro del Tesoro di allora, nientemeno che Carlo Azeglio Ciampi, perché diede qualche dichiarazione alla stampa sul titolo Telecom a mercati aperti. E Ciampi certo non era uno speculatore.

Il caso Renzi-De Benedetti rischia di diventare un bis di quello Boschi-Etruria?

Il rilievo del comportamento di Maria Elena Boschi è stato gonfiato strumentalmente. Ha fatto quel che fan tutti, anche se non va bene. In astratto è normale che un ministro si interessi a temi che toccano il proprio territorio. Quel che non è condivisibile è che Boschi si sia spesa per una banca in cui ricopriva un ruolo suo padre. I suoi comportamenti sembrano spiegabili soprattutto con una miscela di ingenuità e di arroganza: ma farne uno dei grandi problemi delle banche italiane è stato assurdo. Unicredit non avrebbe mai comprato Etruria in stato pre fallimentare solo perché glielo chiedeva Maria Elena Boschi. Siamo in un pianeta lontano dal livello dei conflitto di interessi di un Berlusconi e non è emerso nulla di penalmente rilevante, ma anche qui c’è stato un comportamento sconveniente.

Però sicuramente i conflitti di interessi su Etruria, con il tentativo di nasconderli e di limitarne le conseguenze negative sul consenso hanno condizionato tutta l’esperienza di governo diMatteo Renzi.

Su questo sono assolutamente d’accordo, è stato un errore. Peccato.