» Cronaca
sabato 13/05/2017

Consip, la calunnia di Tiziano: “Lillo mi avvisò dell’indagine”

I contatti prima del 6 novembre (giorno in cui “La Verità” accennò all’inchiesta su di lui) si limitano a pochi sms che riproduciamo. Non lo seppe dal “Fatto”

La mossa disperata di Tiziano Renzi è emersa per caso grazie all’interrogatorio del capitano Gianpaolo Scafarto: Tiziano Renzi ha calunniato il sottoscritto per non accusare i veri colpevoli della fuga di notizie a suo beneficio nel caso Consip.

Al capitano Gianpaolo Scafarto durante l’interrogatorio dell’altro giorno i pm romani hanno fatto notare tre fatti che riguardano anche me:

1) “vi sono due intercettazioni telefoniche tra Renzi e due amici (il 22 e il 28 dicembre 2016) in cui il primo dice di avere saputo dell’indagine dal giornalista Marco Lillo del Fatto”;

2) “Tiziano Renzi ha dichiarato nel corso del suo interrogatorio (il 3 marzo Ndr) di avere saputo la circostanza nei primi di novembre 2016, prima della pubblicazione dell’articolo su La Verità del 6 novembre del 2016” ovviamente da Lillo;

3) “dai tabulati risultano effettivamente contatti tra Renzi e Lillo in quei giorni”.

Dopo avere squadernato i tre elementi davanti a Scafarto i pm gli hanno chiesto perché non lo avesse scritto nell’informativa. Scafarto ha detto di non ricordare le telefonate. Ma avrebbe potuto rispondere: “perché non mi metto a verificare e a riportare qualsiasi puttanata dice il signor Renzi, caro procuratore. Se avesse detto al telefono che lo aveva appreso dalla Madonna di Medjugorje o da lei, non lo avrei messo lo stesso. Sa com’è, gli indagati che sanno di essere intercettati depistano”. Invece i Carabinieri di Roma devono avere ritenuto credibile questa favola al punto che hanno consegnato un’informativa il 9 maggio in cui si dice che dai tabulati telefonici ci sono ‘contatti’ tra il sottoscritto e Tiziano Renzi. Bingo! Uno potrebbe mettersi a ridere al pensiero del Fatto che svela a Tiziano Renzi di essere indagato. E soprattutto non lo scrive.

Io ai primi di novembre non conoscevo l’indagine su Tiziano Renzi e sono certo che si tratta di un’accusa assurda ma ieri – quando i colleghi mi hanno contestato come a un indagato il verbale – ho cercato di capire la storia dei ‘contatti telefonici’.

Nei miei tabulati Vodafone non risulta nessuna telefonata tra il mio cellulare e Tiziano Renzi da agosto in poi. Gli sms nel tabulato fornito dall’operatore a fini amministrativi non ci sono ma per fortuna nella memoria del cellulare sono rimasti con tanto di testo e posso pubblicarli a fianco.

Io ho scritto a Renzi Sr il 2 novembre per chiedergli la sua versione sulla brutta storia del suo ex partner in affari, Mariano Massone. Quel giorno, il 2 novembre, Giacomo Amadori su La Verità non scrive dell’indagine di Napoli ma del processo di Genova.

Io non solo non ho parlato dell’inchiesta di Napoli con Tiziano Renzi ma non sapevo proprio nulla fino al pezzo di Amadori del 6 novembre. Solo il 9 novembre, come due colleghi di Napoli e tre investigatori possono testimoniare, sono andato a Napoli a verificare la notizia, senza riuscirci perché in Procura e in Guardia di Finanza dissero (mentendo come era loro dovere) che erano tutte balle.

Torniamo al 2 novembre. Quel giorno Amadori scrive “Massone, con i suoi legali e i suoi più stretti collaboratori, minaccia da tempo di poter sganciare contro Renzi senior un documento bomba”. Io scrivo a Tiziano: “Le volevo parlare di questo pezzo de La Verità sui rapporti con Massone”. Lui risponde “sono in apnea” e non mi parla. Lo scambio di battute che si legge accanto significa: “picche”. Perché allora Tiziano Renzi afferma in un interrogatorio che io lo avrei avvertito dell’indagine di Napoli ai primi di novembre? Perché racconta una balla ai pm rischiando la calunnia? Perché è disperato certo ma anche perché si crede un gran furbone.

Renzi sa da ottobre dell’indagine di Napoli. Lo ha raccontato il sindaco di Rignano, Daniele Lorenzini prima a La Verità (che lo scrive il 6 novembre) e poi ai pm.

Il 5 dicembre Tiziano è messo sotto intercettazione e il 7 dicembre il solito uccellino lo avvisa come dimostra la telefonata dell’autista del camper di Matteo, Billi Bargilli a Russo (‘ha detto il babbo di non chiamare più’).

Tiziano Renzi è disperato. Pensa: “non posso dire chi mi ha detto veramente delle indagini, allora dico al telefono che è stato Lillo. E’ una balla, certo, ma è credibile perché quello sa sempre tutto e io i contatti con lui li ho avuti. Ora dico la balla al telefono a più persone così magari gli investigatori ascoltano e credono sia vero”. Poi va all’interrogatorio a marzo e ripete le balle delle telefonate intercettate, a sua saputa.

L’enormità della cosa è tale che i magistrati non le danno peso. Invece un peso ce l’ha. Dimostra di che pasta è fatto il padre di Matteo Renzi. Io ho parlato al telefono 3-4 volte con lui nel 2014-2015 della sua famiglia e della sua società. Mi era anche simpatico e lo ritenevo un democristiano di provincia un po’ fanfarone. Mi fa pena pensare che nella disperazione un signore di 65 anni con un figlio segretario del Pd e 9 nipoti sia arrivato a tanto. Matteo Renzi ha sostenuto che va fiero di suo padre e che Tiziano gli ha insegnato i valori di Zaccagnini. Qualcuno gli spieghi la differenza tra un padre della patria e un padre di Matteo Renzi.

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I giudici del Jersey

Sbloccato il tesoro dei Riva: 1,3 miliardi rientrano per l’Ilva

La Corte del Jersey ha dato il via libera allo sblocco di circa 1,3 miliardi di euro della famiglia Riva, ex proprietaria dell’Ilva di Taranto, somma che era stata sequestrata nell’ambito di un’inchiesta milanese e che i Riva hanno messo poi a disposizione per la bonifica dello stabilimento tarantino. Dopo l’ok dei giudici del Jersey ci sarà un’udienza al Tribunale di Losanna, ma il rientro dei soldi in Italia è ora molto più vicino. Quei soldi, in grossa parte, erano stati sequestrati negli anni scorsi nell’ambito dell’inchiesta, coordinata dai pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, con al centro la gestione dell’Ilva da parte della famiglia Riva e, in particolare, sul crac del gruppo Riva che controllava il colosso siderurgico. La famiglia Riva, poi, nei mesi scorsi, anche per riuscire ad avere il via libera a patteggiamenti in sede penale, ha dato l’ok al rientro in Italia di quei fondi (depositati su conti in Svizzera) da destinare alla bonifica e alla decontaminazione dello stabilimento Ilva di Taranto. E ciò nell’ambito di un accordo raggiunto tra i commissari straordinari del siderurgico e la stessa famiglia Riva per porre fine a una serie di contenziosi civili avviati tra le parti.

Cronaca
Milella di Repubblica

La giornalista precisa: quella di Woodcock non fu un’intervista

“Non c’è nessun caso Woodcock perché non c’è stata nessuna intervista”. Così la giornalista di Repubblica, Liana Milella, autrice dell’articolo uscito sul quotidiano il 13 aprile e che ha reso difficile la posizione del pm napoletano, accusato di aver rilasciato un’intervista su un’indagine che era di competenza della Procura di Roma, costatagli un procedimento al Csm, ieri ha chiarito la sua posizione nel blog del giornale. La Milella dichiara di conoscere Henry John Woodcock da molti anni e non l’ha mai visto voler rilasciare alcuna intervista: “L’11 aprile ho scambiato della opinioni riservate con Woodcock circa il caso Consip. Poi ha prevalso in me ‘la voglia di scoop’, così il 12 aprile, a poche ora dalla pubblicazione, ho contattato Fragliasso, che ha confermato la versione del pm napoletano. Il procuratore di Napoli non sapeva che avrei utilizzato le sue dichiarazioni e il mio è stato un escamotage giornalistico per scrivere quanto detto da Woodcock”. Dopo l’uscita sul giornale, il procuratore Fragliasso ha denunciato il pm di Napoli al pg Ciccolo, ha chiarito la Milella. “È colpevole Woodcock? Io non credo”, conclude la giornalista , per cui si vuole sempre più mettere a tacere i magistrati.

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