Che pena questa Festa della Liberazione ridotta a bandierina, che pena il Pd delle ritorsioni contro l’Anpi, 4 dicembre contro 25 aprile. Che pena lo striscione dei “patrioti europei”, i manifestini con gli europei illustri, Leonardo da Vinci, Albert Einstein, John Lennon (ma “Imagine no possessions” l’hanno ascoltata?). C’era anche un cartello dedicato a Coco Chanel, maestra indiscussa di eleganza e stile, certo, non di resistenza (su di lei pesa l’ombra del collaborazionismo coi nazisti e addirittura l’accusa di essere stata una loro spia).

La gaffe è stata ammessa dal segretario del Pd milanese Pietro Bussolati: “I cartelli sono stati preparati in modo giocoso da un gruppo di ragazzi. Quello su Coco Chanel è stato sicuramente un errore che non può pregiudicare il senso della manifestazione”. So’ ragazzi, certamente della generazione Erasmus che, signora mia, hanno girato tanto e sanno le lingue. Cosa poi riescano a dire in lingua madre o straniera poco importa. Madrelingua e madrepatria: saranno anche “antifa” questi young europeanist ma, nella foga di sistemarsi dietro la bandierina, i “patrioti” del sovra-Stato hanno forse dimenticato che pure il Regime di cui si festeggiava la caduta era ultrapatriottico (e l’espressione “patria europea”, variamente declinata, piaceva assai dalle parti dell’orbace e del fez). È il motivo per cui la parola patria è stata usata con tanta cautela nel dopoguerra, specie dalla sinistra, ma senza esagerare: Marx diceva che “gli operai non hanno patria”, ma pure che “la lotta del proletariato contro la borghesia è all’inizio una lotta nazionale”.

La sottosegretaria Maria Elena Boschi ha detto: “Nell’epoca della post verità la memoria è un dovere civile. Nei tempi delle fake news, il rispetto per ciò che è accaduto davvero non è un optional ma è uno dei pilastri su cui si fonda il nostro essere comunità”. In effetti, al di là del ridicolo abuso dell’espressione post-verità (è come l’olio di palma) è vero: l’antifascismo è uno dei principi che informa la nostra Costituzione.

Lo spiega benissimo Domenico Gallo, magistrato della corte di Cassazione: “L’antifascismo è il presupposto della Carta perché sta nei fondamenti e nell’architettura del sistema. La Costituzione rende impossibile ogni forma di dittatura della maggioranza”. In teoria è così. La Costituzione garantisce lavoro, uguaglianza, diritti, dignità. Ma tutta la prima parte è stata messa in discussione (e gradualmente smontata) dal nuovo articolo 81, votato in un quarto d’ora all’epoca del “Fate presto” dal Parlamento del salvatore della patria Mario Monti. È il pareggio di bilancio gialloblù, imposto dall’Ue via Fiscal compact, elevato a rango di principio costituzionale che mette in pericolo tutti quei valori ridotti ormai a Carta straccia.

Queste riflessioni, purtroppo, non hanno cittadinanza: chi prova a mettere in discussione il modello viene tacciato di “eurofobia” (l’ultima offesa, che richiama una patologia). Certo: chi mette in discussione il modello è, tra i politici, spesso gente poco presentabile, che Oltralpe propugna la pena di morte e qui da noi ruspe e pistole da legittima difesa. I nuovi “fascismi” che si combattono sono i loro, pare, ma è possibile combattere il “fascismo” in nome di “democrazie” che affamano i popoli riducendoli a mendicanti, svendendo al miglior offerente pezzo per pezzo le Nazioni più fragili (“Imagine there’s no countries”, del resto)? È una pulizia etnica più educata, ma se avete letto qualche settimana fa lo speciale sulla Grecia del Fatto, sapete che il risultato non è meno atroce. Nell’ultimo capitolo dei Promessi sposi, Don Abbondio, temporeggiando sul famoso matrimonio, s’aggrappa a Cicerone: “La patria è dove si sta bene”. Sarà per questo, cari patrioti europei, che c’è tanta gente a cui viene l’orticaria quando agitate le bandierine gialloblù?