È quasi sacrilego parlare in questa rubrica di un colosso come Silvio Berlusconi, ben consci di come di solito  su “Identikit (ogni martedì sul cartaceo del Fatto) ci occupiamo di pesci assai piccoli e nardellici. È però necessario tornare, nel nostro infinito piccolo, sulla performance del leader di Forza Italia dopo il secondo giro di consultazioni. Obnubilati dalle sue cadute culminate nel risultato elettoralmente stitico del 4 marzo, ci era tornata la voglia scema di dare per finito il Berluska. Era lì, mezzo rincitrullito, che parlava di redditi di dignità da 13mila euro al mese e “curve di Laser”, quasi che la rinascita economica dipendesse da Mazinga, e stupidamente abbiamo pensato che fosse al crepuscolo. Macché: Egli è Immortale, come la pizza e i riff di Keith Richards.

Per un mese ha dato a Salvini l’illusione di avercelo più lungo, poi ha tirato di nuovo il guinzaglio e il capo della Lega ha subito tradito il fiato corto. Al secondo giro di consultazioni il centrodestra è andato unito, o così han provato a farci credere, ma una volta usciti da Mattarella mancava solo che i tre si accoltellassero. Le facce di Salvini e ancor più della Meloni, mentre Berlusconi rubava loro la scena, erano quelle dei nipotini ambiziosi che vorrebbero strozzare il nonnetto mezzo citrullo però non possono, perché senza di lui non vanno neanche in bagno.

Salvini leggeva il comunicato d’ordinanza ma nessuno lo ascoltava, perché Berlusconi gigioneggiava. La Meloni lo guardava ogni tanto di sbieco, augurandogli forse un filotto di cancheri lividi, ma lui proseguiva da fenomeno d’avanspettacolo qual è sempre stato. Così volgare, e così caricaturale, da incarnare al meglio il peggio di noi italiani. A fine lettura, Berlusconi ha pure spostato di peso i due sottoposti, esortando i giornalisti a “fare i bravi”. In pochi secondi ha distrutto tutta l’apparente quiete che mai ha albergato nel centrodestra, accozzaglia composta da figure presentabili (Bernini, Carfagna), cariatidi bollite (quel che resta di Sgarbi) e ominidi abbandonati perfino dai due neuroni che gli restavano (qua i nomi metteteli voi: purtroppo son troppi).

Al resto ha pensato la situazione in Siria e lo stallo del Rosatellum, che hanno dato a Berlusconi l’aggancio per riparlare di “Governo del Presidente”. Ovvero un mega-inciucio: un Renzusconi in salsa salviniana, con Casellati presidente del Consiglio e una cinquantina di peones grillini, poco inclini a restituire il denaro e assai prossimi a farsi comprare. Quando ancora aveva voglia di esporsi, Nanni Moretti diceva che Berlusconi aveva vinto anche se aveva perso. Perché? Perché ormai ci ha cambiato dal profondo: ci ha abituato all’anomalia. Quel che ieri ci pareva inaccettabile, oggi ci sembra normale. Ci sembra normale avere il peggiore centrodestra d’Europa. Ci sembra normale avere come “leader” di “centrosinistra” la sua bruttissima e sommamente caricaturale copia. Ci sembra normale che, nonostante il terremoto politico del 4 marzo, a dare le carte sia ancora lui. Se da più di vent’anni Berlusconi è ancora lì, non è solo perché abbiamo avuto una finta opposizione esecrabile come nessuno: è perché il Berlusconi che alberga in tanti di noi tifa sempre per quell’ometto lì. Prendiamone atto: ha vinto lui. E vincerà anche quando non ci sarà più, perché siamo e saremo sempre il Paese in cui la “questione morale” è giusto una citazione stanca di Berlinguer. Il Paese in cui di uno stalliere mafioso o di una tessera P2 non frega niente a nessuno, mentre dalle cazzate a casaccio del primo Buffon che passa paion dipendere le sorti del mondo. Buona catastrofe.