Il lutto

Angelo Guglielmi: “Per Moana chiusi Ghezzi. E quel Craxi che rubava ai rom…”

Addio allo storico direttore di Rai3 - Lo scorso anno diceva: “Non riescono a inventarsi più nulla. Non salvo nulla insomma e non guardo più nulla. Solo le partite”

Di Giampiero Calapà
11 Luglio 2022

Angelo Guglielmi è morto oggi, a 93 anni. Critico letterario, saggista, giornalista, è stato direttore di Rai3 dall’87 al ’94, gli anni di “Samarcanda”, “Un giorno in pretura”, “La Tv delle ragazze”, “Blob”, “Chi l’ha visto?”, “Avanzi”, “Quelli che il calcio”. Ripubblichiamo qui l’intervista che gli ha fatto Giampiero Calapà lo scorso anno, dopo il caso Fedez al Concertone del Primo maggio.


“Fedez ha fatto bene, ma diciamocelo: è niente rispetto a quello che combinavamo noi”. Angelo Guglielmi, 92 anni compiuti da poco, direttore di Rai3 dal 1987 al 1994, ci riceve nello studio della casa ai Parioli, sommerso dai libri. “Non so davvero più dove metterli”.

Legge molto, evidentemente guarda poca televisione?

Non la guardo praticamente dal ’94, cioè da quando Letizia Moratti, che era presidente, mi mise in panchina. Però sono molto informato, so ancora tutto di quel che va in onda.

Quindi ha saputo del caso Fedez al Concertone del 1° maggio?

Certo, da sempre in quell’azienda se qualcosa non torna per motivi politici s’interviene. Nonostante questo, io riuscii a rimanere libero, eppure occasioni per cacciarmi ne ebbero parecchie.

Ad esempio?

Consideri che io fui scelto in piena epoca di lottizzazione, fui la nomina del Partito comunista. Biagio Agnes era il direttore generale, espressione del segretario democristiano Ciriaco De Mita, poi c’era Bettino Craxi che aveva l’ultima parola su Rai2 per i socialisti e di Rai3 doveva occuparsi per il Pci Walter Veltroni, che era il responsabile culturale del partito. Ebbe l’intuizione di chiamare me che non avevo mai avuto la tessera, quindi, seppur d’area, indipendente. A due anni dalla loro fine, i comunisti avevano diritto a una rete e scelsero me, appunto, e Sandro Curzi per il Tg3. A me diedero l’obiettivo di portare la terza rete tra il 2 e il 3,5% di ascolti, ma arrivai presto al 6%. Quello per l’azienda era un momento difficile, perché aveva perso alcune colonne del video come Pippo Baudo e Raffaella Carrà, passati alla Fininvest di Berlusconi. La domenica pomeriggio mandavamo in onda Va’ pensiero, condotto da Andrea Barbato, Galeazzo Benti e Oliviero Beha. Tra le tante rubriche c’era Teletango: il disegnatore satirico Vincino impersonò Craxi che andava a far visita a degli zingari in un campo nomadi alla periferia di Roma “per sottolineare l’apporto del Partito socialista e suo alla causa, per un nomadismo socialista e riformista” (si trova ancora su Youtube). La scena terminava col finto Craxi che abbandonava il campo su un’Alfa Romeo mentre gli zingari si rendevano conto di esser stati derubati… e quindi si vedeva Craxi e i suoi spartirsi il bottino nell’automobile. Io non vedevo nulla prima della messa in onda per scelta, andava tutto in diretta. E comunque, anche se l’avessi visto prima, non avrei fatto proprio nulla. Insomma, fui convocato dal presidente della Rai, Enrico Manca, socialista, che mi chiese conto della cosa in modo piuttosto duro: “Ma ti rendi conto di quello che avete mandato in onda?”. Gli spiegai che secondo me era satira politica e che mai avrei censurato. Era il 1988, Craxi non era più presidente del Consiglio da poco, ma ancora potentissimo segretario del Psi. Rimasi al mio posto.

Quindi non le censurarono mai nulla?

A dire il vero una cosa ci fu. Ma ne fui sollevato e vi spiego perché. Ci eravamo inventati con Enrico Ghezzi la prima versione di Fuori orario che andava in onda per tutta la notte, quando le altre reti televisive non mandavano nulla. Ci costava tantissimo, mi accorsi presto che per una decina di puntate avevo bruciato la metà del budget di tutta la terza rete. Si facevano cose pazzesche, oltre al biliardo trasmettevamo una sorta di programma di cucina con chef esperti di piatti di tutto il mondo per dirne solo una. Ma a un certo punto comparve Moana Pozzi, che si scoprì mostrando agli italiani nottambuli sintonizzati su Rai3 le sue parti intime. Mi convocò il giorno dopo Agnes in persona questa volta e mi disse perentorio: “Questo no, non posso consentirtelo”. Feci finta di protestare, ma presi la palla al balzo per interrompere quel programma che mi avrebbe letteralmente dissanguato. La censura, comunque, in Rai c’è sempre stata e anche piuttosto spietata, ricordatevi l’episodio di Franca Rame e Dario Fo sulla prima rete. Noi avevamo reso Rai3, però, un’isola particolare, difficile da assaltare. E Veltroni si rendeva conto che alla sua immagine ritornava meglio se non avesse mai interferito e mai interferì. Soltanto una volta mi portò Ettore Scola che voleva parlarmi per chiedermi di permettere a sua figlia di realizzare un documentario su Roma. Ma il progetto non m’interessò e non se ne fece nulla.

Che cosa farebbe oggi in televisione?

Nulla di quello che ho già fatto. Eppure i programmi migliori che ci sono ora su Rai3 sono quelli che ci inventammo noi, da Chi l’ha visto? a Quelli che il calcio…. Sì, Fabio Fazio, bravo ma presuntuoso, ha poi fatto Che tempo che fa. Ma non riescono a inventarsi più nulla. Non salvo nulla insomma e non guardo più nulla. Solo le partite, sono elettrizzato per l’arrivo di José Mourinho alla mia Roma.

Questo sulla scrivania è un Oscar autentico?

Sì, certo. Andai a Los Angeles alla cerimonia. Ci premiarono nel 1990 per Nuovo cinema paradiso, di cui Rai3 fu tra i produttori. Pensare che all’inizio in sala non andava nessuno, a Torino una volta solo otto persone. Era troppo lungo (173’), scoraggiava, poi con il produttore Franco Cristaldi decidemmo di tagliarlo a 123’ e vincemmo l’Oscar come miglior film straniero.

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