L'analisi

Dieci cose da fare per salvare (davvero) le nostre foreste dagli incendi che le devastano

Il bosco ha una grande capacità di ripresa, per questo occorre intervenire bene e solo dove è veramente necessario

Di Giorgio Vacchiano – Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale
16 Agosto 2021

Si parla in questi giorni di un “piano straordinario di rimboschimento” dopo gli incendi in Sud Italia. Il bosco ha una grande capacità di ripresa: ecco dieci punti per intervenire bene e solo dove necessario.

1) Aprire un tavolo coordinato dagli enti locali, in cui possano cooperare i comuni coinvolti, i proprietari dei boschi, i cittadini dei territori colpiti, le università competenti, i parchi naturali, i carabinieri forestali o corpo forestali regionale, i progettisti forestali, le associazioni ambientaliste, i rappresentanti delle attività economiche rese possibili dal bosco (filiera legno, turismo, allevatori…).

2) Individuare il perimetro delle aree colpite con il supporto dei carabinieri forestali. Suddividere il perimetro in zone a diversa severità dell’incendio In base alla gravità dei danni alla vegetazione e al suolo, con il supporto di rilievi a terra (es. metodo del Composite Burn Index) o di analisi di immagini satellitari (es. Normalized Burn Ratio), in collaborazione con gli enti di ricerca.

3) Dare un ordine di priorità ai benefici del bosco che si sono persi con l’incendio: prima la protezione dal dissesto idrogeologico, poi la protezione delle falde acquifere, poi tutti gli altri a seconda dei bisogni delle comunità locali (produzione di legno, conservazione della biodiversità, ricreazione e turismo…).

4) Valutare se i tempi e i modi della ripresa naturale della vegetazione negli ecosistemi colpiti dal fuoco sono compatibili con i benefìci che si intendono ripristinare. Tenere conto della fauna che beneficia delle aree percorse dal fuoco (es. rapaci, farfalle, orchidee…), dei futuri rischi climatici (es. siccità) e di altri fattori di disturbo per la vegetazione che verrà (es. insetti parassiti, erbivori domestici o selvatici).

5) Non rimuovere tutti gli alberi morti o danneggiati dal fuoco, compatibilmente con la necessaria sicurezza per i cittadini. Il legno morto migliora l’attecchimento delle giovani piantine (naturali o piantate) e le protegge da siccità e erosione. Gli alberi danneggiati ma ancora vivi, anche se “brutti”, possono essere una preziosa fonte di semi e accelerare la ripresa naturale del bosco, o addirittura rigenerarsi a partire dal ceppo (es. macchia mediterranea).

6) Solo dove lo sviluppo naturale della vegetazione sarà inadeguato o sufficiente a ripristinare rapidamente i benefici del bosco, e solo nelle zone accessibili, progettare il rimboschimento in modo condiviso con tutti i partecipanti al tavolo. Disegnare le aree da rimboschire in modo da creare “corridoi verdi” nel paesaggio che assicurino il movimento degli animali e la protezione da frane e erosione del suolo per le comunità a valle del bosco.

7) Scegliere le specie di alberi e arbusti da piantare tra quelle più compatibili con il clima e il suolo nei territori colpiti dal fuoco e in funzione dei benefìci che si intendono a ripristinare. La scelta delle specie deve massimizzare la biodiversità (meglio rimboschimenti con più specie), minimizzare la vulnerabilità climatica (includere sempre una componente a latifoglie) e ridurre l’infiammabilita nei confronti di nuovi incendi.

8) Rifornirsi da vivai locali come impone la legge 386/2003, scegliendo le varietà o provenienze di piante più adattate al clima locale del presente e del futuro. A luglio 2021 sono state definite le regioni di provenienza per tutte le specie forestali con un decreto del MiPAAF. Nel medio periodo, rinforzare gli investimenti nel settore vivaistico pubblico e nella raccolta di materiale di propagazione forestale da boschi certificati. È possibile affiancare alla tradizionale modalità di trapianto anche la semina diretta.

9) Programmare e investire da subito nelle cure che devono essere prestate alle giovani piantine nei primi 5-7 anni (protezione dagli erbivori, irrigazioni, contenimento della vegetazione erbacea concorrente dove necessario), pena il fallimento del rimboschimento, e nelle opere temporanee di protezione dal dissesto, che devono durare solo fino al raggiungimento della maturità delle nuove piantine (es. con strutture in legno e tecniche di ingegneria naturalistica).

10) Realizzare da subito un piano di gestione forestale e di prevenzione antincendi, sia per le aree rimboschite che per quelle lasciate al ripristino naturale, con il supporto dei progettisti forestali. Il piano deve programmare come gestire la nuova foresta, accompagnandone lo sviluppo, mettendola al riparo dai rischi climatici e assicurando nel tempo il raggiungimento dei benefici che chiediamo al nuovo bosco.

PS. I rimboschimenti delle superfici boscate percorse da incendio con fondi pubblici sono vietati per cinque anni (legge 353/2000), “salvo interventi necessari alla tutela della pubblica incolumità, e nelle situazioni in cui sia urgente un intervento per la tutela di particolari valori ambientali e paesaggistici”. Dimostrando queste eventualità, è possibile chiedere al Ministero della Transizione Ecologica (nelle aree protette) o alle regioni l’autorizzazione all’intervento.

Fonti:

Rapporto Legambiente e SISEF – Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale per governare il fenomeno degli incendi estremi in un contesto di cambiamento climatico.

Vademecum L’albero giusto al posto giusto, della Fondazione AlberItalia.

Piano straordinario di interventi per gli incendi boschivi in Piemonte.

J. Castro et al., Precision restoration: a necessary approach to foster forest recovery in the 21st century

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