Era stata annunciato già il 28 gennaio da Giorgio Palù, presidente dell’agenzia del farmaco (Aifa) insieme a Pierpaolo Sileri, allora viceministro alla Salute. Sarà coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss) sotto la guida della virologa Paola Stefanelli. Ma a distanza di mesi dal primo annuncio, e a 18 mesi dall’inizio della pandemia, la rete nazionale per il sequenziamento dei genomi dei campioni di SarsCov2 estratti dai soggetti positivi è tuttora fermo ai blocchi di partenza. “Avremo una rete nazionale per il sequenziamento per scoprire e monitorare le varianti quando il Covid non ci sarà più” commenta amaro Graziano Pesole, genetista e direttore di Elixir, l’infrastruttura europea con sede a Bari che insieme a una rete di università e centri di ricerca italiana gestisce il Covid-19 Data Portal, dove si riportano le sequenze genetiche delle varianti di tutto il mondo. “Ci servirà forse per un’eventuale prossima pandemia, magari, ma per questa è tardi, anche perché, per fortuna, i casi stanno crollando”.

Sequenziare il genoma di quanti più campioni di virus estratti da tamponi positivi è un’arma chiave per individuare in tempo nuove varianti, quando cioè circolano al massimo nell’1% della popolazione positiva nazionale. È fondamentale per seguirne l’evoluzione, intervenire in tempo per stroncare eventuali focolai e determinare se siano o meno resistenti agli attuali vaccini. Non a caso la Gran Bretagna ha istituito il proprio network di laboratori specializzati già a marzo 2020. Non a caso è lì che sono state scoperte molte delle varianti che oggi conosciamo. In Italia, invece, non si parte. Il Fatto aveva rivelato a dicembre scorso la grave mancanza della rete nazionale per il sequenziamento e le conseguenze nefaste in termini di contrasto alla pandemia. Da lì a due settimane, seguirono gli annunci di Aifa e ministero della Salute. Ma a 6 mesi di distanza, ancora non si muove foglia.

A ostacolarne la nascita c’è soprattutto la resistenza dei centri di riferimento regionali, come ad esempio gli Istituti Zooprofilattici e i laboratori di microbiologia degli ospedali Covid. “Hanno gestito loro la sorveglianza nazionale, attraverso l’analisi dei tamponi, e ora non vogliono cedere il passo ai grandi centri di ricerca specializzati in genomica” racconta la fonte che preferisce restare anonima. L’Italia ne vanta molti, di riferimento europeo: per citarne alcuni, Elixir di Bari, il Tigem di Pozzuoli, l’Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano, il laboratorio dell’Ospedale militare Celio, l’Istituto di Genomica applicata (Iga) di Udine (contattati da Iss per costituire la rete). Hanno una capacità di sequenziamento migliaia di volte superiore ai laboratori regionali e un know how specifico per analizzarne dati e metadati associati alle sequenze genetiche. In un paradosso tutto italiano, i laboratori regionali si stanno attrezzando per acquistare nuovi sequenziatori, a spese del contribuente, mentre i supersequenziatori di cui i centri di genomica sono già dotati (e costati anche 2 milioni di euro), sono fermi.

“I circa 180 laboratori regionali preposti alla sorveglianza, quelli che eseguono i tamponi e trasmettono i risultati all’ISS, sono i padroni dei campioni – spiega la fonte –. Se decidono di tenerseli e non li spediscono ai centri di genomica per essere sequenziati, il processo si ferma”. L’insistenza di molti laboratori regionali a voler fare da soli si traduce così: al 31 maggio l’Italia ha eseguito solo lo 0,7% di sequenze dell’intera popolazione positiva, contro la soglia minima del 5% che il Centro europeo per la Prevenzione e Controllo delle Malattie (Ecdc) ha stabilito. L’Italia ha cioè depositato solo 32.491 sequenze sul portale di riferimento mondiale Gisaid — quello dove ricercatori di tutto il mondo inseriscono via via ogni sequenza genomica dai campioni di SarsCov2. La Germania ne ha depositate 120.806 (terzo paese al mondo per numero di sequenze) Il Regno Unito, 430.472 (secondo). Gli Usa, oltre i 500 mila. Se si va a restringere il campo alle singole regioni italiane, le differenze tra una e l’altra sono enormi. La Campania è la più virtuosa, con 46 sequenze ogni mille positivi (ha raggiunto il 5% come indicato dall’Ecdc), grazie all’accordo Tigem-Regione Campania, che prevede che tutti i campioni estratti dai tamponi vengano inviati al Tigem per essere sequenziati. La Lombardia, fulcro della pandemia europea, sfiora appena lo 0,7%, tra le ultime in classifica. Il fatto che solo in Lombardia ci siano circa 70 laboratori regionali accreditati per la sorveglianza, non lascia dubbi sul fatto che i centri regionali non siano all’altezza di svolgere da soli il sequenziamento.

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