“Anche l’Italia partirà con un progetto di ricerca sugli anticorpi monoclonali, su Eli Lilly e Regeneron, quelli con cui è stato curato Trump”. Lo ha annunciato il presidente dell’Aifa Giorgio Palù. “Il cda ha approvato la ricerca. Sono una terapia, non sono prevenzione. Essendo antivirali vanno dati entro le prime ore dall’esordio dei sintomi, altrimenti non sono efficaci. Possono essere una risorsa per curare i pazienti a casa”, ha spiegato. Parole brevi e scelte, per evitare il fastidio di tornare sull’inerzia in materia dell’agenzia che presiede dal 4 dicembre. Specie dopo il caso del “trial mancato” rivelato il 17 dicembre dal Fatto. Palù, tempo una settimana, mise all’ordine del giorno il tema monoclonali.

L’inchiesta aveva ricostruito che a inizio ottobre, tra le avvisaglia della seconda ondata, la multinazionale di Indianapolis Eli Lilly aveva offerto gratuitamente all’Italia la possibilità di sperimentare 10 mila flaconi del suo monoclonale Cov555, il primo farmaco autorizzato al mondo che si era dimostrato efficace nel ridurre il rischio di ospedalizzazione. Una certezza per il virologo Guido Silvestri che da Atlanta aveva speso energie e credenziali per riuscire a offrire ai pazienti italiani, tramite trial clinico programmato, l’accesso a cure che sembravano prerogativa esclusiva degli americani.

Non sarebbe costato nulla, a fronte di costi di ricovero altissimi.

Per resistenze, mai del tutto chiarite, l’Aifa lasciò cadere la proposta nel vuoto accampando problemi di autorizzazione europea e dubbi sull’efficacia dei farmaci che – evidentemente –avrebbe potuto sciogliere allora. “Meglio tardi che mai – commenta Silvetri – dopo tre mesi approvano esattamente quello che io avevo proposto di fare con 10 mila dosi gratis”. Sulla vicenda aleggia anche il sospetto di un rifiuto per scelte fatte a monte: quella di investire milioni in uno studio italiano condotto dalla fondazione Toscana Life Science (TLF), diretto da Rino Rappuoli con la collaborazione dell’Istituto Spallanzani di Roma. Determinanti, le valutazioni critiche di Giuseppe Ippolito che lo dirige e al tempo stesso è nel Cts per emergenza Covid di Aifa. Il dg Bruno Magrini arrivò a negare l’esistenza stessa della proposta che nel frattempo però, era arrivata anche sul tavolo del ministro Speranza, anche se fuori tempo massimo: il tergiversare di Roma fu tale che fece prima Washington ad autorizzare l’uso d’emergenza e accaparrarsi il primo milione di dosi. Una volta fissato il prezzo, restava l’opzione acquisto.

Ci si è trovati così davanti al paradosso delle fiale che uscivano pure da uno stabilimento di Latina per curare pazienti americani e canadesi, non italiani. Dietro la svolta, probabilmente, anche la constatazione del ritardo nel progetto italiano. Lo stesso Rappuoli ieri ha ammesso: “Abbiamo avuto rallentamenti con i nostri anticorpi, le americane Eli Lilly e Regeneron sono più avanti. Spero arrivino al più presto, così anche gli italiani li avranno. Noi invece saremo pronti tra aprile e maggio. Prima di giugno potremmo avere l’approvazione”. L’insediamento di Palù, da sempre pro monoclonali, ha dunque cambiato approccio e tempi dell’Aifa: le candidature dei protocolli di sperimentazione scadono l’1 febbraio 2021. La svolta non cancella però il paradosso: Aifa dovrà acquistare i farmaci che gli erano stati offerti, gratuitamente, quattro mesi fa.

Articolo Precedente

Lombardia e Sicilia in zona rossa. In arancione 33 milioni di italiani

prev
Articolo Successivo

La Pfizer taglia i vaccini Arcuri: “Grave danno”

next