I benefici dell’attività di fundraising della Fondazione Open sono ricaduti non sul Partito democratico, ma “in via esclusiva sulla componente renziana dello stesso e in particolare sui parlamentari” Matteo Renzi, Maria Elena Boschi e Luca Lotti. Non ha alcun dubbio la Procura di Firenze che nei mesi scorsi ha iscritto nel registro degli indagati l’ex premier Renzi, insieme agli ex ministri Lotti e Boschi e all’ex presidente della Fondazione Open Alberto Bianchi, tutti accusati di finanziamento illecito.

Al centro dell’inchiesta ci sono 7,2 milioni di euro di contributi finiti dal 2014 al 2018 nelle casse di quella che era la cassaforte del renzismo e che secondo i magistrati sono stati ricevuti violando la normativa sul finanziamento ai partiti. Per i pm, infatti, la Open non era una Fondazione a se stante, ma era un’articolazione politico-organizzativa della componente renziana del Pd.

Che quei contributi siano serviti quindi per sostenere l’attività politica dei parlamentari, i magistrati lo ribadiscono nelle cinque pagine di motivazioni con le quali hanno rigettato l’istanza dei legali di Renzi e Boschi che chiedevano di trasferire l’indagine altrove, in prima istanza a Roma o, in subordine, a Pistoia o Velletri. Sono tesi che la Procura ha rigettato rispondendo punto per punto alle questioni sollevate dagli avvocati.

I magistrati fiorentini fin da subito hanno quindi chiarito un aspetto molto importante: non stanno indagando solo per finanziamento illecito, bensì stanno lavorando anche su una contestazione più grave, quella di corruzione, il che radica la competenza a Firenze. La corruzione però non viene contestata né a Renzi né a Boschi. “Deve rilevarsi – scrivono i pm – che sebbene non nei confronti degli odierni istanti (Renzi e Boschi, ndr), bensì a carico di altri soggetti indagati del medesimo delitto di finanziamento illecito, dagli atti del procedimento emergono indizi di reità per il più grave delitto di corruzione”. I nomi degli indagati per corruzione però sono al momento coperti dal segreto istruttorio.

Ma al di là della nuova contestazione, i pm non hanno dubbi: anche per il solo finanziamento illecito la competenza è Firenze. In questo caso, scrivono i magistrati, “il reato si è consumato con la ricezione del finanziamento su un conto corrente bancario fiorentino, in assenza di delibera idonea a indicarne specificatamente l’effettiva causale e il soggetto effettivamente percettore”.

Il punto è il solito: la Open, per i pm, era una copertura e quei soldi servivano per sostenere l’attività politica dei renziani.

Nell’atto in cui si rigetta l’istanza di Renzi e Boschi, i pm rispondono punto per punto alle tesi delle difese che hanno sollevato la questione della competenza territoriale. In una delle loro argomentazioni, i legali spiegano che qualora “si riconoscesse pieno credito alla tesi accusatoria, secondo la quale la Open sarebbe un’articolazione del Pd, il beneficiario effettivo dei vantaggi derivanti dall’attività della Fondazione non potrebbe altro che essere” il Partito democratico.

Di conseguenza, “gli effetti della condotta posta in essere dagli indagati si sarebbero prodotti nel luogo dove il partito ha sede”, ossia a Roma e non a Firenze.

Su questo, i pm rispondono: “L’assunto è puramente teorico” perché “smentito dalle acquisizioni investigative secondo cui i beneficiari dell’attività di fundraising sono ricaduti non già sul Partito, ma in via esclusiva sulla componente renziana dello stesso” e in particolare sui parlamentari indagati.

Esclusa Roma, si prova con Pistoia. Secondo i legali la competenza potrebbe essere nell’altra città toscana perché lì si trova la sede legale della Open. Anche questa tesi per i magistrati è smentita dalle indagini già fatte. Le “acquisizioni investigative – scrivono – dimostrano che la sede legale della Fondazione ha avuto un rilievo meramente formale”. Per i pm tutto veniva gestito nell’ufficio dell’avvocato Alberto Bianchi. “Dall’analisi della documentazione sottoposta a sequestro – riporta l’atto – emerge che l’operatività della Open si è svolta presso la sede dello studio professionale di Alberto Bianchi”. È qui, spiegano i magistrati, che “si sono tenute la gran parte delle riunioni del consiglio direttivo (13 su 17), e altri incontri organizzativi”, ma anche dove “sono stati custoditi i libri e le scritture contabili” e dove si “è concretamente realizzata la direzione dell’attività di fundraising e della programmazione dell’attività di impiego dei finanziamenti”.

Sono queste le motivazioni con le quale i magistrati di Firenze hanno chiuso il primo round, stabilendo che l’indagine resta nelle loro mani. Decisione contro la quale i legali degli indagati potrebbero fare ricorso in Cassazione. Ma la partita è tutta da giocare, con un’inchiesta che, anche alla luce del nuovo filone sulla corruzione, potrà riservare altri colpi di scena.

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