Per Vittorio De Micheli, direttore dell’Ats (Azienda tutela della salute) di Milano, Immuni è solo “una rottura di scatole”. Per il presidente del Veneto, Luca Zaia, Immuni non esiste, o meglio esisterà solo da lunedì prossimo quando, con più di quattro mesi di ritardo, verrà messa in funzione dai tecnici della regione. Per tutti gli altri, invece, l’app è una questione politica. Con una sfilza di governatori di centrodestra che, seguendo l’esempio di Matteo Salvini, non la installano o non ne incentivano l’uso.

Così Massimiliano Fedriga, il 28 maggio, ha ritirato la disponibilità del Friuli-Venezia Giulia alla sperimentazione, mentre il suo collega piemontese, Alberto Cirio, da subito ha dichiarato che non avrebbe spinto i propri corregionali a scaricarla. Del resto, sostiene il marchigiano Francesco Acquaroli, il virus non si può “sconfiggere con un’applicazione”. Meglio forse fare come il siciliano Nello Musumeci, che afferma di non averne bisogno perché intanto “c’è la mia assistente che ogni giorno è la mia sentinella”.

In attesa che qualcuno brevetti le doti paranormali dell’assistente di Musumeci o che provveda alla sua clonazione, il coronavirus però impazza. I contagi aumentano in modo esponenziale e aumenta pure la sgradevole sensazione di essere davanti all’ennesima occasione sprecata. Non solo per colpa della destra. Ma anche per precise responsabilità del governo.

Solo ora è iniziata una seria campagna per spingere gli italiani a scaricare l’app. Durante la folle estate dei balli in discoteca e delle spiagge super affollate, le sollecitazioni sono invece state quasi inesistenti. E adesso chi installa in ritardo Immuni scopre pure che è spesso inutile. Perché la maggior parte delle regioni (anche quelle guidate dal centrosinistra) non si sono organizzate per farla davvero funzionare. Attenzione, non per carenze di personale o di fondi. Ma per semplice menefreghismo.

Le norme prevedono, infatti, che quando un cittadino risulta positivo al test venga contattato da un operatore sanitario. L’operatore ha tra i suoi compiti quello di ricostruire i contatti del contagiato. In questo modo è possibile mettere in isolamento i suoi familiari o i suoi colleghi di lavoro. Tra le domande da fare c’è anche quella su Immuni: “Lei l’ha installata?”. Se la risposta è affermativa l’operatore si fa fornire il codice presente sull’app e tramite un portale con un paio di clic l’attiva in modo che segnali agli altri possessori di Immuni entrati casualmente in contatto con il positivo (per esempio su un treno) il rischio di avvenuto contagio.

Come dimostrato da un’inchiesta del nostro collega Thomas Mackinson, questa domanda spesso non viene però fatta, oppure l’operatore non sa come far funzionare l’app e attende che arrivi al lavoro qualcuno in grado di farlo.

Risultato: la segnalazione parte dopo giorni e giorni. Quando parte. Perché per i cittadini veneti finora la possibilità di essere messi sull’allerta dal proprio smartphone non c’è mai stata. In Veneto solo in queste ore, sul portale sanitario della regione, viene aggiunto il campo dove inserire il codice del nuovo positivo. Tutto è rimandato alla prossima settimana. Con un non piccolo problema. I contagiati sono ormai talmente tanti che è quasi velleitario pensare di poter testare tutti i loro contatti a rischio in tempi ragionevoli.

Immuni andava incentivata e utilizzata a giugno. Ma nel Paese delle cicale l’estate, si sa, è fatta solo per cantare. E ballare in discoteca.

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