Quella volta che Linus gli ha tolto dalla copertina una battuta su Matteo Renzi. Quella volta in cui l’Atac gli ha cestinato un disegno dove la gente sulla metro di Roma appariva troppo accalcata. Quella volta che ha fatto arrabbiare i detentori dei diritti del pupazzo Uan – quello della vecchia trasmissione per bambini di Italia Uno che lanciò un giovanissimo Paolo Bonolis – definito in un suo fumetto massone, mafioso e omosessuale (la smentita toccò solo quest’ultimo aspetto). Michele Rech, in arte Zerocalcare, si racconta in un’intervista di dieci pagine sul mensile FQ Millennium, diretto da Peter Gomez, in edicola da sabato 8 agosto con una copertina disegnata dal fumettista romano per un numero dedicato alle storie di chi ha resistito al Covid con buone idee e buone pratiche. “Linus mi aveva commissionato una copertina sulle previsioni per il 2017, subito dopo il referendum costituzionale. Dicevo una cosa tipo ‘le previsioni le sbaglio tutte: ero sicuro che Trump non avrebbe mai vinto… e che Renzi non si sarebbe mai dimesso’. Questo è scomparso. Mi sono incazzato come una biscia, mi hanno detto che era soltanto una questione di spazio”.

Zerocalcare parla a ruota libera, senza filtri, dopo un milione di copie vendute in dieci anni con una dozzina di libri (l’ultimo è la riedizione aggiornata di Kobane Calling, sempre con Bao Publishing) e l’exploit in tv e sui social con Rebibbia Quarantine, la serie di strisce animate sul lockdown ideate per Propaganda live su La7. A 37 anni, Zerocalcare è diventato un punto di riferimento ben al di là della sua generazione, come dimostrano i tanti giovanissimi – e i non pochi incanutiti – che si mettono in coda per ore ai suoi leggendari firmacopie, per strappargli l’agognato “disegnetto”. Eppure i suoi fumetti narrano di una minuscola nicchia: gli amici di una vita, il quartiere Rebibbia, il giro dei centri sociali romani, per quanto conditi da una miscela irresistibile di rimandi pop universali, da Guerre Stellari (in salotto Zerocalcare tiene un alberello di Natale con l’elmo di Lord Fener come puntale e una bandiera antifascista come ghirlanda) al Signore degli Anelli, da Ken il Guerriero a Peppa Pig…

Come si spiega il diretto interessato un successo così ampio? “Fino a un paio d’anni fa la risposta che mi davo è che attingevo a elementi della cultura pop trasversali, che parlavano tanto alla ‘zecca’ quanto al pariolino”, spiega Zerocalcare. “Poi quando mi sono accorto che alle presentazioni c’erano persone molto più giovani o molto più grandi di me, ho capito che il minimo comun denominatore non è tanto l’anagrafe, quanto l’essere un po’ impicciati con la testa. Io racconto le mie fragilità, paranoie, insicurezze, cose con cui una persona nasce e si porta appresso per sempre”.

Nella fase 2 del suo successo, quella post-televisiva, il fumettista cresciuto nei centri sociali confessa a Fq Millennium la sostanziale impossibilità di coniugare fama e antagonismo, apparizioni in tv (di recente anche a Unomattina) e militanza politica dura e pura. “Non ho trovato una quadra e me la vivo male, spesso mi sembra di fare degli scivoloni. Mi do l’obiettivo di poter continuare ad andare a un concerto punk senza vergognarmi o essere visto come un corpo estraneo”.

Certo il dover “rendere conto” a un pubblico sempre più ampio non gli impedisce di affrontare temi spinosi come la violenza delle forze dell’ordine: sull’onda delle proteste di Black Lives Matter “negli Stati Uniti discutono di temi superfghi come il definanziamento della polizia responsabile delle violenze. In Italia è un tabù, non puoi fare un discorso sulla polizia che non cominci con un ‘ringraziamento ai nostri eroi’, anche quando devi denunciare un grave abuso”. Qualche tempo dopo la chiacchierata con Fq Millennium, gran parte dei commenti della stampa e della politica sulle violenze alla caserma dei carabinieri Levante di Piacenza gli hanno dato ragione.

di Mario Portanova e Lorenzo Sansonetti

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