Costosa, inutile, inquinante. Così, pochi giorni fa, la Corte dei Conti europea ha definito la linea Torino-Lione nel suo rapporto sui mega-progetti di trasporti europei. Un’inquinante verità di cui siamo a conoscenza ormai da tempo messa nero su bianco dalla più importante istituzione europea di gestione delle finanze, che suona però sorda al governo italiano, il quale si dimostra ancora una volta incapace di cambiare rotta e servo delle multinazionali appaltatrici.

L’impietosa analisi fa luce sui reali benefici dell’opera, che risultano lontani nel tempo e fortemente incerti. La costruzione della nuova linea Torino-Lione, oltre ad essere troppo dispendiosa in termini economici, inutile per il suo reale utilizzo legato ai traffici di merci lungo la tratta, risulta estremamente dannosa a livello ambientale. A fronte dell’emissione di svariati milioni di tonnellate di CO2, che produrranno un inquinamento certo, il recupero successivo è incerto, o comunque incompatibile con i target climatici che la stessa Italia si è prefissata.

Con lo scavo del tunnel transfrontaliero da 57 km verrebbero infatti emesse in atmosfera circa 10 milioni di tonnellate di CO2, che secondo la Corte UE verrebbero compensate solo dopo 25 anni dalla sua entrata in funzione, quindi non prima del 2055. Ma questo accadrà solo se i livelli di traffico coincideranno con quelli in previsione, perché se si dovesse raggiungere anche solo la metà dei volumi di traffico previsti la compensazione avverrebbe non prima del 2080!

Tutto ciò è incompatibile con lo stato di emergenza climatica (votato ed approvato qualche mese fa sia alla Camera che al Senato) e non permetterebbe di rispettare i target climatici previsti dagli Accordi di Parigi, di cui l’Italia è firmataria. Per contenere l’aumento della temperatura media globale sotto gli 1,5°C ed evitare il conseguente collasso climatico, è fondamentale azzerare le emissioni climalteranti nel minor tempo possibile. E se a livello globale è necessario farlo entro il 2050, l’Europa deve guidare il mondo su questa strada, raggiungendo lo zero netto entro il 2035.

Secondo l’ultimo report dell’Ipcc, abbiamo poco più di 7 anni per ridurre drasticamente le emissioni globali ed agire sul clima prima che sia troppo tardi e non possiamo dunque permetterci di finanziare grandi opere ultradecennali che contribuirebbero al peggioramento della crisi climatica. Con la realizzazione del Tav diremmo addio ad ogni possibilità di restare sotto gli 1,5°C di aumento della temperatura media globale. Teniamo conto che siamo già a +1,1°C ed ogni decimo di grado conta: si conta nel numero di persone che moriranno a causa di ondate di calore, uragani, inondazioni, carestie, scarsità d’acqua.

Proprio alla carenza d’acqua andranno incontro gli abitanti della Val di Susa, in seguito alla perdita delle sorgenti sotterranee che verrebbero intersecate dallo scavo del tunnel. Secondo un’analisi dell’International Consulting Group, l’organo incaricato dalla Direzione Generale Trasporti ed Energia della Commissione Europea, verrebbero persi decine di milioni di metri cubi d’acqua di falda, causando un grave stress idrico e serie conseguenze per l’agricoltura, per il flusso dei fiumi e per la produzione di energia idroelettrica. Tutto ciò in un contesto di crisi climatica, in cui la scarsità d’acqua sarà sempre più cronica.

Riguardo la Torino-Lione è però necessario affrontare una questione strettamente connessa con quella logica con cui nascono e vengono progettati questa e altre grandi infrastrutture. Quella del libero scambio deregolamentato, a sua volta figlia della deleteria illusione di una crescita infinita. Come è dimostrabile attraverso i principi della termodinamica, non esiste crescita infinita su un pianeta finito. Non possiamo dunque immaginare un futuro dominato da un’economia basata sul traffico di merci illimitato e il Pil come solo indice di benessere sociale. Se vogliamo ridurre la quantità di gas serra in atmosfera dobbiamo automaticamente ridurre le tonnellate di merci che viaggiano da uno stato all’altro, puntando su un commercio sostenibile su scala locale o macroregionale.

A capo del problema ci sono le istituzioni, che si rifiutano di vedere come l’origine del problema climatico stia nelle strutture stesse dell’economia così come essa è organizzata. Al centro di tutto vengono poste crescita materiale e competizione, in barba a qualunque valutazione fisica, sostituendo gli interessi economici di pochi alla razionalità scientifica.

In tempi di crisi climatica (ed economica) proprio la razionalità ci suggerirebbe di investire i fondi Ue (e i soldi che dovrebbe mettere lo Stato Italiano di tasca propria) nella transizione ecologica, che risolverebbe la crisi climatica e al tempo stesso assicurerebbe migliaia di nuovi posti di lavoro, e non in grandi opere ambientalmente dannose. Abbiamo bisogno di un trasporto pubblico locale più sostenibile, efficiente e capillare, non di nuovi tunnel transfrontalieri che bucano le nostre montagne.