Si sostiene che il “caso Palamara” è destinato a essere nel Csm lo spartiacque tra un prima e un dopo. Vedremo come sarà articolata l’ineluttabile riforma dell’organo di governo autonomo della magistratura cui si apprestano governo e Parlamento. Nell’attesa può essere utile ricordare che il passato del Csm – come tutte le vicende umane – alterna ombre cupe a luci significative.

Come esempio sul lato positivo si può citare la sentenza della sezione disciplinare 9 febbraio 1983 (depositata il 16 marzo, estensore Vladimiro Zagrebelsky) relativa ai magistrati iscritti alla loggia massonica P2 di Licio Gelli. Nel marzo 1981 nella villa di costui era stata sequestrata una lunga lista di affiliati “eccellenti”, tra cui ufficiali delle forze armate, dirigenti e funzionari dei servizi segreti, ministri e parlamentari in carica, industriali, giornalisti e appunto magistrati. L’unica amministrazione pubblica di cui si conoscono interventi di rilievo è il Csm, che all’esito di un processo disciplinare condannò 10 magistrati: due radiati dall’Ordine giudiziario, gli altri sanzionati con perdita di anzianità, censura o ammonimento. L’accusa era in particolare di violazione del divieto di appartenenza ad una associazione segreta (art. 18 Cost.). Forse nelle altre amministrazioni si giurava su un testo della Costituzione… emendato, sopprimendo proprio questo articolo. Va segnalata anche la tempesta di inaudita violenza scatenata dalla Procura di Roma allo scopo evidente di intralciare il procedimento disciplinare, impedendo il deposito della sentenza. Appigliandosi a spunti degni di figurare in un manuale di spregiudicata fantasia, si giunse alla imputazione per peculato di tutti e 32 i membri del Csm. Che ne ricevettero la comunicazione… alla vigilia del deposito della sentenza disciplinare sulla P2, in tempo per sperare di rendere il Consiglio incapace di funzionare e quindi costringere il Presidente a scioglierlo. L’accusa di peculato riguardava una vicenda (la consumazione di alcuni caffè durante i lavori del Consiglio) che sarà ricordata con ironia come “lo scandalo dei cappuccini”. Colpi sotto la cintura, schivati da un coraggioso Csm difeso da un grandissimo Sandro Pertini.

Sul versante negativo impossibile non ricordare il 19 gennaio 1988. Dovendosi nominare dopo Nino Caponnetto il nuovo capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo, la maggioranza del Csm (queste le parole di Paolo Borsellino subito dopo Capaci) con “motivazioni risibili” e grazie a “qualche Giuda che si impegnò subito a prenderlo in giro”, a Giovanni Falcone preferì Antonino Meli. Non fu nominato Falcone, il più bravo dell’antimafia, il grande protagonista del “maxi-processo” che aveva sfatato il mito dell’impunità di Cosa Nostra. Fu scelto Meli, un magistrato digiuno di processi di mafia, semplicemente più anziano. Fu così decretata la morte del pool e del suo metodo di lavoro vincente. Per Falcone un vero schiaffo, un’umiliazione profonda. Ancora Borsellino dirà che “il paese, lo stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro cominciò proprio a farlo morire quel 19 gennaio”.

Per lo Stato un suicidio (facevo parte di quel Csm e mi onoro di essermi battuto e di aver votato per Falcone), tanto più incomprensibile – o forse no? – se si pensa che Meli aveva presentato domanda anche per la presidenza del Tribunale, ruolo di gran lunga più importante di capo dell’Ufficio istruzione, peraltro in via di estinzione con l’ormai certa entrata in vigore – di lì a poco – del nuovo codice di Procedura penale che i Giudici istruttori li cancellava del tutto. Si può logicamente ipotizzare che qualcuno abbia suggerito a Meli di rinunziare alla presidenza del Tribunale assicurandogli la guida dell’Ufficio istruzione, in modo da poter sbarrare la strada allo scomodo Falcone. Mentre il fatto dell’imminente estinzione dell’ufficio rende evidente che il punto del contendere non era tanto il nome del successore di Caponnetto. La posta realmente in ballo era il metodo di lavoro del pool, che aveva portato alla clamorosa vittoria del maxiprocesso. Al di là della persona, la scelta di Meli ha quindi un chiaro significato “politico”: lo Stato, anziché proseguire sulla strada di Falcone, decide di arretrare e di perdere.

I due esempi fatti sono la prova evidente che insieme ai meccanismi di funzionamento del Csm contano anche le persone chiamate volta a volta ad azionarli e le logiche contingenti sottese a ogni decisione. Ma ancor più la disponibilità dei magistrati a preferire e pretendere sempre comportamenti virtuosi. Disponibilità che gli ultimi avvenimenti hanno a dir poco appannato. Si spera non irreversibilmente.

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